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I Linea 77 escono con un nuovo disco, 10. Un album per la prima volta tutto in italiano. E con un pezzo dedicato alla vicenda Englaro e al bisogno di laicità
Il loro ultimo lavoro si chiama 10. Un titolo essenziale, secco, che casualmente corrisponde al numero di tracce che contiene. Ma non solo. Il numero dieci, infatti, per i Linea 77, rock band che da vent’anni si nutre e ci sfama a suon di hard rock e derivati, rappresenta «una specie di comun denominatore», come rivela Paolo Pavanello, in arte Chinaski, chitarrista della band. «Anche perché - dice - c’è tutta una serie di richiami legati a questo numero: le canzoni sono dieci, è la nostra decima opera se si considerano anche i vari demo e dvd, e siamo negli anni Dieci. E poi questa volta, a differenza degli album precedenti, come Horror vacui ad esempio, non abbiamo voluto svelare tutto subito, anche perché l’album nello stesso processo di composizione è stato eterogeneo, non c’era un tratto sintetizzabile in un titolo».
Ed è poi il vostro primo lavoro interamente in italiano. Sì, e questa è stata una cosa del tutto intenzionale, perché noi in passato abbiamo scritto sia in italiano sia in inglese ma con proporzioni invertite: su dieci canzoni, due erano in italiano mentre tutte le altre erano in inglese ma questo perché eravamo legati ad un’etichetta di Nottingham e suonavamo molto in Inghilterra. Però dal punto di vista espressivo, scrivere in italiano ci ha sempre soddisfatto molto di più. Ma il problema per la musica rock in particolare è che è molto più difficile scriverci una canzone anziché farlo in inglese, perché l’italiano è proprio un po’ ostile rispetto alla metrica, ai quattro quarti di una canzone rock. In passato ne scrivevamo due o tre, anche perché era quello che riuscivamo a fare con i ritmi che avevamo, mentre stavolta abbiamo deciso di prenderci più tempo per scrivere, consapevoli che la nostra soddisfazione sarebbe stata ben maggiore. Tuttavia, il fatto di aver realizzato un disco in italiano non significa che smettiamo di suonare all’estero, anzi. Tant’è che, ma questo è solo un desiderio, ci piacerebbe realizzare una versione dell’album interamente in inglese.
10 è un disco molto diverso, soprattutto come assetto melodico e sonoro: è molto più duro, “roccioso”. Assolutamente sì. Sebbene, secondo me, in 10 vi siano delle aperture melodiche ancora più accentuate rispetto al passato, concordo su quello che dici: il clima di fondo di tutto il disco è sicuramente più duro. Però non è stata una cosa premeditata, anche perché quando creiamo non stabiliamo prima ciò che vogliamo fare, in genere lo scopriamo man mano.
Come definireste questo cd? Non so se dire “maturo”, perché mi sembra limitante. Direi disincantato perché il disincanto include anche un processo di maturazione.
Il brano “Il senso” è dedicato a Eluana Englaro e alla sua dolorosa vicenda. Cosa vi ha spinto a dedicarle un pezzo? L’indignazione profonda di fronte all’ingerenza della Chiesa nella vita civile e umana degli individui. Ciò che ci ha atterrito è stata la crudeltà di chi pretende di regolamentare le coscienze su una base di un credo. Non accettano, cioè, la pluralità di pensiero. E nel caso specifico di Eluana, la cosa che ci ha fatto bollire il sangue e poi spinto a dedicarle un brano è stata proprio questa crudeltà qui, che è poi anche quella di alcuni fondamentalisti del Vaticano che promuovono il dolore come percorso di avvicinamento a Dio. E ciò non dovrebbe avvenire in uno Stato “laico”. di M. Flamina Attanasio 30 aprile 2010
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