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Autobiografia del buono di scena Stampa E-mail
Giulio Scarpati al Piccolo Eliseo con uno spettacolo ispirato alla propria visione mite della vita

Una faccia da uomo mansueto, da buono, di quelli però non sfortunati nella vita, che piace alle mamme e rassicura i padri sulle sue intenzioni nei confronti delle figlie. Intitolato appunto Troppo buono, lo spettacolo che Giulio Scarpati ha portato al Piccolo Eliseo è quasi autobiografico, malgrado sia stato scritto da Marco Presta e Nora Venturini (anche regista). Trattasi di one-man show con aiuto di Bob Messini, pianista cantante e parlante, autorizzato a intervenire di tanto in tanto, per spezzare i tempi e ridare abbrivio alla prova del protagonista. Un monologo con stampella insomma, buona trovata della regia che evidentemente non ha troppa voglia di osare la proposta d’uno Scarpati in solitario. Attore gradevole ma non un fulmine di guerra dei palcoscenici, non un Gigi Proietti per esser chiari, Scarpati racconta le proprie disavventure di essere umano nato con un carattere mite e lo fa da attore altrettanto mite qual è. Ora poche cose sono antispettacolari, antiromanzesche, anticinematografiche quanto la bontà ed è assai più interessante Amleto che ammazza Polonio dello zuccheroso piccolo scrivano fiorentino di deamicisiana memoria a edificazione morale delle italiche plebi post risorgimentali. L’Edmondo non poteva mancare fra le citazioni di Scarpati assieme a Gozzano, il poeta che amava solo «le cose che potevano essere e non sono state».

L’attore recita la poesia con un’opportuna malinconia, da maschio crepuscolare a cui è noto il grigio slavato che colora l’anima quando si rimembrano le rose non colte. E via di questo passo con il Petrarca di “Benedetto sia ’l giorno, et ’l mese, et l’anno” e naturalmente benedette anche le saette che pungono il timido Scarpati, anelante tuttavia di trasformarsi all’improvviso in un Valmont o ancor di più in un Bukowski. Oppure di cantare con liberatoria ferocia Pasquale l’infermiere di Franco Califano: «Nun nego che co’ te feci l’amore, in piedi, in cinquecento, in ascensore ma allora lavoravi all’ospedale e annavi a letto pure co’ Pasquale».
La sera della terza replica, pochi minuti prima dell’inizio s’è rotto il videoproiettore. Veniva da sperare che nulla avrebbe potuto il povero tecnico in affanno issatosi su una scala nel bel mezzo delle file di poltrone per riparare il marchingegno. Forse ci si sarebbe risparmiati il diversivo dei filmetti dilettanteschi che in genere propinano a teatro quando la regia si sente obbligata. E s’avrebbe avuto il piacere d’osservare solo un buon attore, che già è cosa sempre più rara. Invece lo strumento s’è riavviato, sparacchiando su un telo superflue immagini di facce varie in bianco e nero, di ragazze al mare e persino del povero Eduardo De Filippo che dorme quieto nelle meravigliosa memoria di chi ha potuto ammirarlo in scena. Peccato.

di Marcantonio Lucidi

30 aprile 2010

 

 
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