Da cinque anni Joseph Ratzinger guida la Chiesa di Roma. Il vaticanista del Time Jeff Israely traccia un bilancio della sua attività: ha commesso tanti errori di Benedetta Fallucchi
Anniversario più difficile non poteva capitargli. Intrappolato tra scandali che saltano fuori quasi quotidianamente da ogni parte del mondo dove la Chiesa ha dispiegato la sua capillare presenza, Benedetto XVI celebra il quinto anno del suo papato. Ratzinger è salito al soglio pontificio il 19 aprile del 2005, a 17 giorni di distanza dalla morte di Giovanni Paolo II. Cinque anni dopo, il confronto tra le due figure appare inevitabile perché, pur nell’indubbia continuità di linea, è netta la differenza di stile nella conduzione del pontificato. Lecito allora chiedersi, per esempio, come avrebbe affrontato Giovanni Paolo II questa fase estremamente delicata della vita della Chiesa. E a questa domanda se ne affianca subito una seconda: i media avrebbero avuto la stesso atteggiamento di condanna se al posto di Ratzinger ci fosse stato Wojtyla? A ben vedere, esiste una considerevole differenza tra i toni dei media italiani e stranieri, specialmente quelli anglosassoni e tedeschi. I primi, con qualche eccezione, mantengono una certa prudenza; gli altri invece arrivano all’attacco frontale e all’esplicita richiesta di dimissioni del papa. Proprio partendo dal punto di vista dei media stranieri, cerchiamo di tracciare un bilancio del papato di Benedetto XVI. Lo facciamo con uno dei più esperti conoscitori delle vicende d’oltretevere: Jeff Israely, fino al 2007 corrispondente in Italia per il Time (rivista per la quale oggi lavora a Parigi come responsabile dell’area mediterranea). Secondo il giornalista americano, tre sono state le situazioni di particolare tensione per la Chiesa di Ratzinger dal 2005 a oggi: il discorso di Ratisbona, il caso Williamson, lo scandalo pedofilia.
Il primo episodio riguarda il discorso di Ratisbona del 2006 quando, durante la sua lectio magistralis, il papa cita una frase dell’imperatore bizantino Manuele II Paleologo sulla guerra santa, inimicandosi il mondo musulmano. Gli altri due si collocano entrambi nel 2009, il vero annus horribilis per il pontefice: prima infuria la polemica per la revoca della scomunica a quattro vescovi lefebvriani, tra cui il noto antisemita vescovo Williamson; successivamente il pontefice viene attaccato per un’affermazione rilasciata sull’aereo papale in viaggio verso Angola e Camerun in merito all’uso del preservativo e alla lotta all’Aids. Poi in Irlanda vengono pubblicati i due agghiaccianti rapporti governativi sulle violenze dei preti pedofili: il Rapporto Ryan e il Rapporto Murphy. Infine, quando ormai l’anno è prossimo a concludersi, l’atto con cui Pio XII diventa venerabile attira nuovamente lo sdegno della comunità ebraica su Benedetto XVI. Ma tra 2006 e 2009 non sono mancati altri momenti di difficoltà: dalla decisione, nel 2007, di liberalizzare la messa in rito antico, alla contestata e poi annullata visita del papa alla Sapienza di Roma.
È soprattutto sullo scandalo pedofilia che si concentra l’attenzione del corrispondente del Time. Israely considera questa una crisi «profondissima e pericolosa» per la Chiesa. Il giornalista riconosce che una delle mosse più riuscite del papa in anni recenti è stata la visita negli Usa, durante la quale ha incontrato le vittime di abusi: una «mossa alla Giovanni Paolo II». Eppure ritiene totalmente fallimentare l’attuale strategia difensiva della Chiesa: «Se il papa avesse una diversa personalità, questa sarebbe per lui un’opportunità di pentirsi in prima persona, anche per il ruolo che ha avuto in passato: quando era vescovo a Monaco indubbiamente qualcosa di orribile è avvenuto» e, aggiunge, il pentimento costituirebbe un atto «molto moderno e molto cattolico». Altrettanto severo il giudizio su temi come l’ecumenismo: secondo Israely, il dialogo interreligioso non è una priorità nell’operato di questo papa, perché «per lui è senza dubbio più importante riaffermare la dottrina della Chiesa cattolica: è lui stesso vittima di questa priorità, manca di una certa sensibilità e dei modi di fare che hanno caratterizzato il pontificato di Giovanni Paolo II». Ratzinger, poi, «è totalmente privo di istinto per quanto riguarda la comunicazione: preferisce dedicarsi alla stesura delle encicliche, all’attività di teologo, e manca totalmente di altre modalità comunicative». Modalità in cui, invece, primeggiava il predecessore, un papa che ha operato una sorta di rivoluzione mediatica all’interno della Chiesa. Il confronto tra le due figure non può che mettere in ombra Benedetto XVI, ed è per questo che «anche se il papato durerà 15 anni, saranno 15 anni di transizione». In altre parole, Benedetto XVI in primo luogo ha la funzione di illustrare perfettamente come è e sarà la Chiesa dopo la parabola di Wojtyla.
Ma proprio a partire da questa constatazione, Israely azzarda un primo bilancio di questi anni. Dopo Wojtyla ci si aspettava una perdita di rilevanza della Chiesa, un suo progressivo sbiadirsi come istituzione di rilievo internazionale: questo non è avvenuto. Benedetto XVI continua a fare notizia. Non era scontato 5 anni fa. Il pontefice resta una figura unica nel mondo che crea attenzione perché è il leader assoluto di una religione di un miliardo di fedeli e anche per il suo ruolo nello scontro di culture dell’Occidente. Tuttavia, «papa Ratzinger è rimasto Ratzinger, il personaggio noto già da prima, cioè una persona ferma nelle sue idee, un protettore della dottrina che ha come obiettivo ultimo la resistenza alle forme della modernità, del secolarismo».
E i media? Il diverso atteggiamento dei giornali italiani e stranieri ha a che fare con pratiche giornalistiche diverse, secondo Israely: «I media italiani rispondono più spesso alle istituzioni, invece i mass media anglosassoni rispondono più ai fatti di cronaca e i fatti di cronaca in questo caso sono gli abusi commessi dai preti cattolici». E conclude con un invito: «Se i nostri colleghi italiani cominciassero a pensare di fermarsi un attimo e riflettere sulla vicenda, magari si renderebbero conto che si tratta di una cosa gravissima, per tutti, soprattutto per i fedeli». 23 aprile 2010
|