In Caucaso la guerra non finisce mai. Il Cremlino dichiara conclusa l’emergenza terrorismo a Grozny ma Medvedev lascia mano libera alle Forze di sicurezza. Parla il profugo Akhmed Gisaev di Cecilia Tosi
In Europa c’è la guerra ma nessuno lo sa. Ai suoi estremi confini sud orientali, centinaia di uomini e donne vengono rapiti, torturati e uccisi tutti i giorni da più di dieci anni. E in Caucaso, se denunci l’assassino e osi aggiungere che fa parte delle Forze di sicurezza russe, hai poche probabilità di restare in vita. Eppure l’unica notizia che arriva da laggiù risale al 2009, quando le autorità russe hanno chiuso ufficialmente l’emergenza terrorismo in Cecenia, festeggiando la fine di un incubo. Peccato che per la maggior parte della popolazione quest’incubo non sia affatto finito. Non c’è bisogno di essere un sovversivo per essere sequestrato e torturato, basta farsi crescere la barba come i musulmani più ortodossi, basta attraversare la strada mentre passa un agente ubriaco. In un batter d’occhio chiunque può essere sbattuto in una cantina e subire violenze fino a morire, a meno che un attimo prima di cedere, la famiglia non paghi un lauto riscatto. In quella terra di estremismi che è la Russia, a radicalizzarsi non sono solo i musulmani caucasici: più di loro, l’escalation di violenza ha preso corpo nelle Forze di sicurezza federali, capaci di stuprare, torturare e uccidere a ritmi che di umano non hanno neanche la concezione del tempo. Chi sopravvive, il più delle volte non può raccontare. Perché non ce la fa e perché nessuno lo ascolterebbe. Parla invece Akhmed Gisaev, attivista di Memorial, collega di quella Natalia Estemirova che nel 2009 è stata uccisa da una mano “ignota”. Parla talmente tanto che è dovuto scappare in Norvegia per proteggere il suo bambino dalla vendetta dei militari. «Mi hanno imprigionato nel 2003», racconta, «quando ero semplicemente un collaboratore di Memorial. Contro di me non è stato formulato alcun capo di accusa ma per 16 giorni mi hanno torturato con scosse elettriche e botte». Un’accusa non serve, in Caucaso. Questa è la terra delle cosiddette esecuzioni extragiudiziali, ovvero omicidi impuniti. Non c’è giudice che indaghi sui casi di scomparsa senza esser fatto a sua volta sparire. Avviene in Cecenia ma anche in Inguscezia e Daghestan, piccole repubbliche a maggioranza musulmana dove la popolazione è poverissima e la disoccupazione sfiora il 90 per cento. Stipendi e condizioni di vita da Africa subsahariana, metodi e forze di sicurezza da terrore staliniano. Ecco come si è evoluta la democrazia russa.
«Mi hanno portato nella base russa di Kankhala, la principale del Caucaso, e mi hanno messo un sacco sulla testa», continua Gisaev. «Mi dicevano che sostenevo gli indipendentisti e si davano il cambio per torturarmi. Dopo 9 giorni, la mia stanza ha cominciato a riempirsi d’acqua fino al collo. Poi mi hanno portato in un’altra cella, e in quella dove mi avevano torturato hanno rinchiuso un altro ragazzo: quando ho cominciato a sentire le sue urla ho toccato il fondo». Gisaev è stato liberato perché i genitori hanno pagato, «mi hanno riportato a Grozny e liberato, scusandosi per l’errore e regalandomi una giacca dell’esercito». Una volta fuori, ha deciso di denunciare i suoi aggressori ma nessuno è stato arrestato. Ha fatto allora ricorso alla Corte europea per i diritti umani, che lo ha accolto nel 2007 ma ancora non ha dato seguito al procedimento. Anche Natalia Estemirova si era appellata al Tribunale europeo per il caso di un uomo rapito in Russia e ricomparso in un ospedale ceceno, massacrato dalle torture. «Ero andato con Natalia a trovarlo ma otto giorni dopo la nostra ultima visita è scomparso dall’ospedale», racconta Gisaev, «Abbiamo chiesto un’indagine ma il giudice non ha fatto niente. Il 15 luglio, Natalia non è arrivata a lavoro, siamo andati a cercarla a casa e i vicini ci hanno detto che era stata rapita. La sera del 15, il corpo di Natalia è stato ritrovato in condizioni tali che ai genitori è stato sconsigliato di vederla».A Gisaev, che voleva continuare l’indagine aperta da Natalia, le autorità hanno chiesto di firmare un foglio bianco. E lui si è rifiutato. Tornato a casa, ha trovato un gruppo di persone armate nella strada. «La loro macchina sembrava la stessa con cui avevano rapito Natalia. Mi hanno chiesto: lo sai perché lei è stata uccisa? Può succedere anche a te. Le autorità mi hanno detto che non potevano stabilire l’identità di queste persone perché la targa non esisteva». Gisaev è stato costretto ad andarsene dalla Cecenia. Lucido e determinato, continua a denunciare i crimini russi in Caucaso nonostante i suoi genitori siano ancora là, dove la vendetta può arrivare in un lampo.
«Torture e rapimenti non sono mai finiti (sono più di quattromila le persone scomparse in Cecenia, ndr). La violenza si sta diffondendo anche in Kabardino Balkaria e Circassia, repubbliche tradizionalmente tranquille, che prima d’ora non avevano alcuna velleità indipendentista. I russi non rispettano la cultura di questi popoli e scatenano lo scontro. In Inguscezia c’era un presidente molto amato, Ruslan Auchev, e il Cremlino l’ha mandato via per metterci un ex agente dell’Fsb (i servizi segreti russi, ndr). In Daghestan hanno chiuso tutte le moschee e in Kabardino Balkaria hanno cominciato a rapire uomini innocenti. Mosca non ha intenzione di migliorare le condizioni di vita ma solo di spaventare le persone e togliere la libertà, il valore più grande per il nostro popolo. Basti pensare che se i russi salutano dicendo zdarovie (ti auguro salute) noi invece usiamo svabodien (ti auguro di essere libero)». Eppure gli esperti di politica internazionale dicono che Medvedev non è come Putin e che il Cremlino ha cambiato rotta cercando di fare pulizia tra i suoi ranghi. «Niente di più falso», sostiene Gisaev, «Non c’è differenza tra i due, Anzi. Nel giugno del 2009 il presidente si è recato nella base Fsb del Daghestan per riunirsi con i capi delle strutture di sicurezza e dopo quest’incontro la violenza è aumentata. Nessuno indaga su questi crimini, di me e di Natalia dicono che siamo spioni dell’Occidente e c’è chi pensa addirittura che il Tribunale europeo per i diritti umani voglia la dissoluzione della Russia». Per Mosca i colpevoli sono sempre e soltanto i fondamentalisti islamici, gli stessi che spingono le loro donne a farsi esplodere nella metropolitana, «ma la radicalizzazione è una conseguenza, non una causa», spiega Gisaev, «La prima Costituzione cecena parlava di uno Stato laico che guardava ai valori dell’Europa occidentale. Poi i russi hanno cominciato a sterminarci - soltanto nella prima delle due guerre in Cecenia sono morte 35mila persone - e gli occidentali sono rimasti inerti. Anzi: noi vedevamo alla televisione Putin stringere la mano a tutti i capi di Stato europei. Eppure i guerriglieri non avevano mai impedito l’intervento delle istituzioni internazionali mentre i russi vietavano l’accesso a chi voleva testimoniare. Abbandonati dal mondo, i giovani non hanno visto altra via che quella di Allah». Nel 2008, il colpo di grazia: la Russia entra in Georgia e nessuno la ferma. Inutile sperare che Mosca decida da sola di cambiare la sua politica in Caucaso: «I politici russi non hanno mai avuto rispetto né per il proprio popolo né per gli altri». 23 aprile 2010
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