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La guerra di Gianfranco Stampa E-mail
Fini e Berlusconi a un passo dalla rottura. Mentre il presidente della Camera lancia la sua corrente, il resto del partito chiede il congresso. Per farlo fuori
di Aldo Garzia

O la politica italiana è definitivamente impazzita o le cose sono tornate a muoversi vorticosamente in vista di nuovi equilibri. Non ci sono altri casi al mondo dove la maggioranza vince una prova elettorale (le regionali del 28 e 29 marzo) e subito dopo si sfiora la crisi di governo e si apre un dibattito senza precedenti nel partito di maggioranza relativa (il Pdl). L’Italia fa evidentemente caso a sé, a causa di quel berlusconismo che da quindici anni è la sua malattia politica.
Sono perciò molte le notizie che agitano la scena politica. La prima è che Gianfranco Fini non demorde: 52 parlamentari provenienti da An (tra questi, Baldassarri, Siliquini, Laboccetta, Menia, Bocchino, Barbareschi, Tremaglia, Granata, Napoli, Ronchi, Paglia e Urso)
hanno sottoscritto un documento comune. «Ci sono punti di vista diversi tra me e il premier», dice da tempo il presidente della Camera, che in queste settimane mette in ombra la sua carica istituzionale super partes e si rigetta nell’agone politico. Contro di lui si sono schierati 75 parlamentari provenienti da An, capeggiati da La Russa, Gasparri, Alemanno, Matteoli e Giorgia Meloni che non hanno aspettato che il gallo cantasse tre volte, com’è scritto nel Vangelo di Matteo, per rinnegare gli antichi sodalizi con il loro ex leader, che con la nascita di An nel 1994 aveva spento la nostalgica fiamma neofascista del Movimento sociale. Mentre Fini forma una sua corrente nel Pdl per affermare che un partito non è una caserma, rimettere su binari meno subalterni il rapporto con la Lega, ribadire un’attenzione meno sfuggente alla questione sociale del Mezzogiorno e ripetere che la riforma delle regole costituzionali si fa con tutti i protagonisti della politica, la maggioranza dei provenienti di An si mobilita fragorosamente su impulso di Berlusconi e firma un contro-documento in cui si auspica un congresso in tempi rapidi con il neppure troppo celato obiettivo di stroncare sul nascere l’area di riferimento del presidente della Camera.

Ma quali sono le reali velleità di Fini? «Non ho intenzione di stare zitto, né di togliere il disturbo», ha ripetuto in questi giorni. Per ora niente gruppi parlamentari autonomi, in attesa di vedere le mosse di Berlusconi rispetto alla formalizzazione di una minoranza interna. Secondo uno schema di ragionamento illustrato da molti finiani, il presidente della Camera non può accettare di essere indicato con disprezzo come colui che vuole provocare nuove elezioni anticipate, per altro da tenersi a ottobre, in piena discussione della legge finanziaria e in una situazione assai difficile per l’economia nazionale. Se le cose dovessero peggiorare nei rapporti con la Lega e il vertice del Pdl, Fini romperebbe gli ormeggi solo dopo aver fatto crescere la sua corrente e avendo dimostrato che nel partito di Berlusconi non si può discutere. Solo allora sarebbe disposto a correre il rischio delle elezioni anticipate. «Il Pdl lo avevamo immaginato diverso, io assicuro lealtà al governo ma ora si apre una fase nuova con il confronto aperto nel partito. C’è una scarsa attenzione alla coesione sociale del Paese e mancano proposte precise sulle riforme istituzionali», ha detto ai parlamentari che ha incontrato martedì scorso. Il presidente della Camera ha usato toni molto determinati, sui quali deve aver riflettuto a lungo: «Ci sono dei momenti in cui bisogna essere disposti a rischiare per le proprie idee. Io voglio poter dire le cose che penso senza essere accusato di tradimento».

Il precedente di Follini e Casini
Fini, che coabita con Berlusconi nello stesso schieramento da quindici anni e che con lui ha cofondato un anno fa il Pdl, sa bene di che pasta è fatto il premier. I quotidiani Libero e Il Giornale scrivono ogni giorno articoli di fiele contro il presidente della Camera per il semplice fatto che non la pensa su tutto come Berlusconi: esprimono il reale pensiero del loro editore politico di riferimento. È quindi facile prevedere che d’ora in poi i rapporti tra Berlusconi e Fini saranno ancora più tesi. «L’iniziativa di Gianfranco non ha senso, comunque basta che accetti le decisioni a maggioranza», ripete il premier. L’eventualità della rottura della fune non è da escludere, e in tempi più o meno rapidi. C’è un precedente che dovrebbe fare scuola: i rapporti di Berlusconi con Marco Follini, quando era vicepremier del governo (2004-2005), e con Pier Ferdinando Casini, quando era presidente della Camera (2001-2006). Si iniziò con la richiesta dei leader dell’Udc di discutere collegialmente le scelte del governo e del centrodestra, si finì con Follini che aderì al Pd e con Casini costretto a collocare il suo partito all’opposizione.
Fin qui, i fatti che agitano il centrodestra. Un’altra notizia - diffusa guarda caso proprio martedì mentre Fini ufficializzava la nascita della sua corrente nel Pdl - riguarda le dimissioni di Luca Montezemolo dalla presidenza della Fiat per lasciare il posto a John Elkann, nipote di Gianni Agnelli. C’è un legame tra i due eventi, o si tratta di pura coincidenza? Difficile dirlo. Sono in molti ad accreditare la tesi che Montezemolo abbia intenzione di rompere gli indugi e di tuffarsi nell’attività politica. Quando lo scorso ottobre aveva presentato in un convegno la sua Fondazione Italia futura, sembrava proprio che questa decisione fosse presa e si iniziò a ironizzare su un centrosinistra incapace di esprimere un propria leadership e una propria politica, che avrebbe potuto appoggiare una nascente candidatura di Montezemolo come anti Berlusconi. Dopo l’esordio di Italia futura, l’ex presidente della Fiat è tornato però nelle retrovie, smentendo ogni illazione sulle sue intenzioni politiche. Ora, pur restando presidente della Ferrari, la questione si ripropone. Lui smentisce: «Niente politica». Ma si sa che la carne è debole e che il potere fa gola anche ai poveri di spirito, di cui Montezemolo non fa certo parte.

Sono in tanti, a caldo, a sostenere che Montezemolo
potrebbe favorire il coagulo tra Fini, Rutelli, Casini e quanti vogliono arginare il tandem Berlusconi-Lega che marcia a passo di anfibi. In effetti, se c’è un momento in cui i centristi devono provare ad alzare la testa è questo, malgrado il risultato deludente nelle elezioni regionali di Casini e Rutelli. Se poi la dinamica politica dei prossimi mesi dovesse avvicinare Fini a Montezemolo, Casini e Rutelli, ogni scenario politico che oggi sembra frutto della fantasia dei cronisti si potrebbe materializzare poco a poco. Fini, in tale eventualità, sarebbe il candidato ideale per il Quirinale da contrapporre - con il voto dei centristi e del Pd - a Berlusconi, lasciando a Montezemolo la possibilità di sedersi a palazzo Chigi. Non vale però la pena correre troppo nel descrivere ipotetici scenari. Una cosa è certa: riguarda l’apertura di una inedita fase politica in cui c’è molta turbolenza a destra e al centro del sistema politico. Il silenzio del centrosinistra, in questo quadro, fa impressione. Oltre che fare il tifo per Fini, occorre dire e fare qualcosa. In fretta. Non si può lasciare il campo di gioco agli avversari senza nemmeno provare a schierare una squadra e dotarsi - se non di una strategia - almeno di una tattica.

23 aprile 2010

 
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