Realismo ermetico. Ma senza ombra di stereotipie. Antonio Seccareccia ci regala versi dal sapore autentico
Perché leggere oggi un libro di poesia, nel momento in cui il verso appare una tecnica obsoleta (così negli anni ’30 il critico Edmund Wilson). E poi, come Calvino, ritengo che la prosa «vive del ritmo ancora più della poesia». Eppure il genere poetico con la sua abbagliante essenzialità e libertà di nessi, con la sua capacità di intensificare la lingua, continua a essere l’unico modo per dire alcune verità elementari senza che risultino banali. Prendiamo Antonio Seccareccia, nato nel 1920 vicino Caserta, da ragazzo ciabattino e contadino, poi per trent’anni carabiniere (e soldato in Libia), morto a Frascati nel 1996, del quale ora Hacca pubblica la raccolta di versi Viaggi nel Sud (con bella postfazione di Andrea Di Consoli). Una biografia assai poco scintillante, lontana dalla ribalta del post moderno e dei talk show. Eppure Seccareccia è un poeta realistico ermetico di grande forza espressiva e di immaginazione tellurica. Realistico perché la sua poesia va verso la prosa, e anzi diventa diario, epistolario, perfino telegramma («parto per Roma./ Baci»). Ermetico per quel senso di sospensione , morbida o dolorosa , per l’analogismo e quelle atmosfere sfumate, a tratti oniriche. Scoperto da Caproni nel ’59, appartiene legittimamente a un filone antinovecentesco che ricerca la semplicità ed evita l’oscurità dogmatica. Gli cedo la parola: «Tu non sai, com’è triste/ passare le sere in una stanza nuda,/ senza neanche il Crocefisso,/ con una piccola lampada gialla/ che non ti permette di aprire un libro./ E dopo, al rientro dell’ultimo compagno,/cadere nel buio come una cosa qualsiasi». Chi di noi almeno una volta non è “caduto nel buio” addormentandosi, irreparabilmente, assieme a tutti gli umili oggetti che ci circondavano, sparsi nella stanza come dentro un quadro di Van Gogh? Seccareccia ha saputo esprimere la nuda tristezza dell’esistere («triste» è una delle parole più frequenti, accanto a «pane») pur con il cuore allegro, rugiadoso di un ragazzo che non voleva crescere. La malinconia delle partenze senza ritorno e dei molti addii è stemperata da una religiosità cosmica e pagana, buddista e circolare: «La morte, per me, sarà/come il migrare autunnale per la rondine,/ il guado del fiume per il viandante».Come le bevande al sapore di arancia hanno sostituito le aranciate, così abbiamo gli scrittori al sapore di Sud, con il loro folklore e la loro mitologia posticcia. Ci voleva uno scrittore autentico, benché non professionale, della Magna Grecia come Seccareccia per scrivere: «Forse è stato solo in sogno/ che una volta ho viaggiato nel Sud,/ per strade fiorite d’oleandri,/ e sentito il vento vivo sulla fronte». Dove l’utopia meridiana, profumata e ventosa, si manifesta come sogno e non chiede la sua realizzazione. In un altro componimento leggiamo: «Roma nella pianura/ è un lungo mucchio di pietre». Anche la creazione umana più alta ed “eterna” è fatta solo di tante pietre alli-neate, cellule-base di cui si compone la vita stessa, in un ordine provvisorio che noi ogni volta siamo chiamati a ricomporre. 23 aprile 2010
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