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Ne I gatti persiani i giovani iraniani usano il rock per protestare contro l’ayatollismo
I gatti persiani di Bahman Ghobadi apre un nuovo spiraglio sulla contestazione giovanile iraniana e lancia una nuova denuncia contro l’insopportabile dittatura religiosa instaurata dagli ayatollah khomeinisti. Narra di due giovani musicisti, un ragazzo e una ragazza usciti da poco di prigione, che, decisi a formare una band, vanno alla ricerca di altri giovani, animati dalla stessa passione, severamente proibita dalla religione di Stato. La cinepresa li pedina nella ricerca, facendoci così scoprire il mondo underground di Teheran, un mondo popolato da varie etnie, da persone di tutte le età, che svolgono spesso delle attività illegali, come il procurare dei falsi passaporti, dei falsi permessi per l’espatrio. Un film clandestino come i suoi protagonisti, girato in 17 giorni, i cui brani musicali sono stati registrati in uno studio anch’esso privo di qualsiasi autorizzazione, le cui riprese sono state bloccate più volte da poliziotti per fortuna facilmente corruttibili. Il classico film militante, insomma, girato senza alcun permesso, col rischio quotidiano di vedersi sottratto il negativo e di finire in prigione, così come nella speranza, una volta terminate le riprese, di poter fuggire con le bobine all’estero, dove stamparlo o farlo vedere ai festival eppoi al pubblico delle sale. Il classico film, cui si perdona tutto grazie al suo coraggio e al messaggio libertario che contiene. Un film per tutti i versi miracoloso, poiché il suo miracolo non attiene soltanto al contenuto, bensì anche alla forma in cui questo viene esposto. Vedendolo non ci si accorge della aleatorietà delle condizioni in cui è stato realizzato, dei mezzi di fortuna impiegati. Persino il titolo del film ha un significato polemico, poiché in quel Paese non è consentito portare fuori casa cani e gatti. Difatti, una delle scene più strazianti dell’opera è quella in cui la polizia ferma l’auto di uno dei protagonisti con dentro un barboncino bianco necessario alle riprese, lo prende e glielo porta via. Il film appare come uno dei migliori musical che si siano visti nell’ultimo decennio, in cui il ritmo martellante del rock assume un valore di protesta, maggiore anche di quello espresso dal rock occidentale negli anni della contestazione sessantottina. di Callisto Cosulich 23 aprile 2010
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