Testo, messinscena, interpretazione: un piccolo spettacolo su Beatrice Cenci esempio involontario della situazione attuale della scena nazionale
Ispirandosi alla storia di Beatrice Cenci, la nobile romana condannata a morte nel 1599 per avere ucciso il padre, il brutale Francesco che la stuprava, Roberto Agostini ha scritto e messo in scena all’Orologio di Roma una sua Beatrice Cenci, donna contemporanea, come recita il sottotitolo di Scarti nobili. Lo spettacolo è un monologo affidato ad Annalisa Picconi, attrice diplomata all’accademia “Silvio D’Amico” che con la sua prova offre una dimostrazione dei vantaggi ma anche dei limiti di un addestramento ricevuto dalla scuola nazionale di teatro. Tecnicamente non ha pecche e si avvale di un’indubbia professionalità ma appare, come dire, tutta costruita, tutta sovrastrutturata, abile al mestiere ma di poca anima. In accademia insegnano a cavarsela sempre e comunque, offrono una formazione media spendibile in ogni circostanza - cinema, fiction, palcoscenico, radio - epperò con poca attenzione all’estro individuale, alla personalità e alle caratteristiche dei singoli giovani che intendono avviarsi al mestiere. Ne viene fuori una specie di standard minimo comune che poco concede all’arte e molto invece al mercato. Si costruiscono attori multiuso in gran quantità ma siccome il mercato in Italia è asfittico e offre poco lavoro, assai meno di quanti sono i diplomati, ne risulta che questa specie di avviamento tecnico-professionale non assicura la sopravvivenza della categoria epperò nemmeno esalta le doti artistiche degli individui. Il risultato è che c’è una quantità di gente in giro preparata per un sistema dello show-business “all’americana” ma che in Italia non esiste, e se ne trova invece poca per avviare la scena nazionale verso la sua unica possibilità di salvezza, ossia un teatro d’arte.
Secondo problema che lo spettacolo mette a nudo riguarda la drammaturgia. È sempre più difficile trovare testi nuovi di autori che sappiano strutturare storie, disegnare psicologie, governare personaggi e soprattutto costruire azione. Il monologo sembra uno strumento efficace per saltare tutta una serie di difficoltà nella stesura di un testo di prosa, collocandolo in quel limbo stilisticamente ambiguo che sta fra la letteratura e il teatro. In verità la prova per attore solo resta genere dei più complessi: semplice all’apparenza, è (dovrebbe essere) un vero e proprio gioiello di artigianato teatrale, una fatica da orologiaio per la difficoltà di misurare i tempi, calibrare i ritmi, finanche studiare le luci.
La maggior parte delle volte purtroppo, e anche in questo caso, risulta una scorciatoia per andare in scena con un’intuizione in luogo d’uno spettacolo, intuizione magari molto onestamente vissuta e faticata in sede di prove ma monca, grezza, fondata sull’illusione che il coraggio e la solitudine dell’attore rappresentino elementi di per sé sufficienti di fascinazione del pubblico. Si accetta in teatro quanto non si accetterebbe in amore: l’idea che basti un po’ di fatica in palestra. Il terzo problema è costituito naturalmente dai soldi.
Nel quadro di un sistema produttivo ormai impoverito al punto da non reggere il confronto con nessun Paese occidentale, e presidiato da gruppi di potere che negano agli artisti percepiti come estranei l’accesso alle ribalte, l’allestimento di un monologo appare sovente l’unica possibilità di andare in scena di fronte a un pubblico, quindi di farsi vedere nella pallida e vana speranza che quegli stessi gruppi tengano conto della vita artistica al di fuori della loro cerchia. Tuttavia in questa situazione è facile ai controllori del sistema argomentare che la scena “off Broadway” offre poche cose e poco significative nella maggior parte dei casi, quindi è bene che il “teatro di qualità” resti severamente presidiato. Se in questa maniera il mondo della prosa nazionale si trasforma in una stanza buia che puzza di chiuso, occupata sempre dalla stessa gente in via di decomposizione artistica, beh, questo è un quarto problema. Non si vorrà credere che a risolverlo ci penseranno coloro che l’hanno causato. di Marcantonio Lucidi 23 aprile 2010
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