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Stock option votate dagli azionisti, stop alle porte girevoli tra affari e politica, più controlli sui derivati. Mentre scoppia lo scandalo Goldman, il presidente lancia la sua stretta contro Wall street
di Emanuele Bompan da New York Il sole e i turisti imperversano in queste settimane, complice un clima quasi estivo, tra i grattacieli di Wall street. Scattano diligentemente la foto ricordo con il noto toro di bronzo di Bowling green, simbolo di buon andamento nei mercati. A pochi passi, il New York stock exchange celebra il superamento della soglia degli 11mila punti del Dow Jones, l’indice creato per valutare i ritmi di crescita dell’economia americana. Un idillio apparente per una ripresa che sembra tornata insieme alle rondini.
In realtà l’aprile 2010 non sta portando buone nuove per i signori di Wall street. Se l’economia reale migliora e la disoccupazione scende, il mondo finanziario è in subbuglio, agitato dalle minacce di Obama e dalla sua riforma della finanzia. Il dibattito inizia a entrare nel vivo, investe direttamente lo scandalo Goldman Sachs. E potrebbe assegnare nuovi poteri di controllo alla Sec, la Securities and exchange commission, e alla Fdic, la Federal deposit insurance corporation, le due agenzie governative incaricate della vigilanza sulle banche. Una punizione che secondo gli istituti di credito potrebbe arrestare la ripresa. Per Obama, invece, si tratta di un’occasione per rilanciare il proprio piano di riforme. Dopo aver perso preziosi punti nei sondaggi a causa della “risposta inadeguata” nei confronti di Wall street, il presidente intende rimettere in riga le banche. Tono duro e sguardo torvo col mento abbassato, espressione classica che Obama assume quando vuole mostrare la sua rabbia. Così il 14 aprile scorso mr president ha accolto alla Casa Bianca il gruppo bipartisan per lavorare sulla riforma finanziaria. «Serve una nuova legislazione per evitare di avere banche too big to fail», troppo grandi per fallire, ha spiegato. «Una legge che fornisca garanzie per gli strumenti finanziari e che contenga un meccanismo per regolare i derivati». «Piranha», così il presidente ha definito gli uomini di Wall street. Il mondo della finanza intanto preferisce rimanere in silenzio, evitando cautamente la stampa, in attesa delle prossime mosse del governo.
Barack Obama vuole più trasparenza, maggior potere decisionale per gli shareholder, tanto che il testo potrebbe contenere una norma per permettere agli azionisti di votare i bonus dei top manager. Il disegno di legge sarà in discussione al Senato nel mese di aprile. Ma il risultato del voto non è scontato. I repubblicani hanno deciso di fare muro contro la riforma. Giudizio tombale da parte del leader dei Repubblicani Mitch McConnell, che promette ostruzionismo. Ma vista l’impopolarità del mondo della finanza presso gli elettori, molti repubblicani si preparano a fare da franchi tiratori, dando così via libera al testo governativo. Anche a costo di perdere preziosi finanziamenti alle prossime elezioni di medio termine, dato che la finanza è una storica finanziatrice del partito dell’elefante. Più importante, per molti Repubblicani, è però salvare i voti di una base sempre più disaffezionata e aspramente nemica dei poteri forti economici.
Ogni mossa, da parte dell’establishment della destra, potrebbe dunque essere controproducente. Dopo le accuse di socialismo, il paladino repubblicano Ron Paul ha definito il presidente Usa un corporativista. Ma agli occhi dei cittadini l’opposizione è apparsa confusa, inopportuna nel non voler regolamentare le banche. Certo, non potevano immaginare che la riforma di Obama sarebbe giunta al Senato in concomitanza con un evento grave come le accuse di frode al colosso Goldman da parte della Sec, l’ente statunitense preposto alla vigilanza della Borsa valori. La frode non è un evento secondario. Secondo la Sec, Goldman avrebbe aiutato la compagnia finanziaria Paulson & Co nella creazione di Cdo (obbligazioni che hanno come garanzia un debito), basati su ipoteche a rischio. Goldman, però, scommetteva contro i Cdo, mentre li vendeva a una compagnia esterna, la Aca management. La quale, ignara del fatto che Goldman stava operando contro di essa, rivendeva quote del capitale a investitori come Ibk bank. In piena crisi immobiliare i derivati tossici nati da ipoteche su proprietà svalutate hanno fatto bruciare agli investitori oltre un miliardo di dollari. Nel contempo, Goldman si garantiva un profitto netto equivalente. Durante tutta la crisi, Goldman è riuscita a sopravvivere più che bene mentre altre compagnie come Aig dichiaravano bancarotta. La frode potrebbe spiegare dunque come Goldman sia riuscita a rimanere in piedi, tanto da inaugurare a New York un nuovo quartier generale: uno scintillante grattacielo di 230 metri, finanziato con oltre un miliardo di Liberty bond, creati dopo l’attacco alle Torri gemelle.
L’annuncio dalla Sec arriva con un tempismo perfetto per chi vuole accelerare sulla riforma della finanza, tanto che qualcuno ha insinuato il sospetto di una giustizia «a orologeria». Ai cittadini, dopo l’ennesima truffa, ora importa solo di vedere Wall street sulla graticola il prima possibile. C’è però un altro problema legato alla truffa di Goldman. Dove potrebbe portare quella che sembra essere una frode di dimensioni rilevanti? Lloyd Blankfein, Ceo di Goldman, verrà rosolato dalla commissione Senato per investigare sulle responsabilità delle compagnie di Wall street nella crisi finanziaria. In quella sede potrebbero emergere particolari scottanti. Altre compagnie, infatti, potrebbero aver condotto operazioni simili, in particolare attraverso un hedge fund noto come Magnetar. Una strategia nota a solo a una nicchia di Wall street ma che potrebbe aver avuto un ruolo centrale nel collasso del 2008. Se tutte le accuse a Goldman venissero confermate e si aggiungessero altre compagnie, crollerebbe nuovamente la fiducia nei mercati statunitensi. Un nuovo crollo proprio nel momento in cui gli Usa avrebbero bisogno di investimenti per il rilancio del Paese. Poco potrebbe fare la riforma finanziaria per fermare un altro collasso, mini o grande che sia.
I catastrofisti parlano di crisi imminente mentre il “partito dei cospirazionisti” non crede a una parola dell’attacco alle banche di Obama e lo accusa di perpetrare lo status quo. «Un nero è la faccia perfetta per le banche», denuncia il noto rapper Krs. Ma anche abbandonando certe suggestioni in rima, rimane il fatto che elementi dell’entourage del presidente siano eccessivamente vicini alle compagnie finanziarie. Specialmente il consulente speciale per l’economia Larry Summers, da sempre legato a Goldman Sachs, accusato domenica 18 aprile da Bill Clinton di essere stato un cattivo consigliere durante la sua presidenza in tema di regolamenti finanziari. Troppi gli ex top manager oggi affiliati alla Casa Bianca. Per questo Obama vuole chiedere al congresso l’introduzione di meccanismi per garantire la trasparenza dei prodotti, per controllare i superbonus dei manager e i legami con l’amministrazione. Rafforzare la Sec, la Federal reserve e i meccanismi rappresentativi, eliminando il sistema delle revolving door, le porte girevoli tra affari e politica, può essere un’ottima strategia. Ma potrebbe non riuscire a salvare il sistema finanziario da un inverno perpetuo. 23 aprile 2010
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