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Diversamente da Federico Moccia, Roan Johnson è un giovane vero. E la sua narrativa non è fatta di frasi da baci perugina
Vorrei cominciare subito con un interrogativo: perché Roan Johnson (è italianissimo, benché di padre londinese) non ha fatto il “botto”, editorialmente parlando, come Moccia? Eppure questo suo Prove di infelicità a Roma Est (Einaudi) è una storia d’amore e di formazione scritta con una freschezza di tono, con una lingua vivacissima, con un’adesione mimetica a situazioni e ambienti giovanili, con una maturità di visione che il Moccia si sognerebbe (e poi lui, al contrario del Moccia, ha proprio 21 anni, non deve mica reinventarsi adolescente!). L’unica risposta che potrei darmi è che ormai in Italia, dopo il successo di Dieci metri sopra il cielo, si è creato un genere o sottogenere, il romanzo rosa adolescenziale (su cui si sono gettati anche editori serissimi). Così i lettori, anche giustamente diffidenti, se ne tengono ormai lontani. In Prove di infelicità a Roma Est, scritto in prima persona come un diario, Lorenzo, provenendo da un paese toscano, viene a Roma con una Vespa Primavera del ’79,«ammaccata come i cartelli stradali della provinciale verso l’Aurelia». Deve fare l’esame di maturità in una scuola per ripetenti e va a stare da un professore di latino e greco, amico della madre. Per mantenersi lavora come pony espress in una pizzeria che pullula di extracomunitari. E qui scrive un’acuta considerazione sociologica che riporto: «Il portatore di pizze aveva anticipato l’era del precariato e del postfordismo, era il lavoro che il nuovo sistema aveva assunto a modello». Poi nella città eterna, da cui è abbagliato arrivando subito con la Vespa al Gianicolo, si innamora e si mette insieme alla bella marocchina Samia, pur fidanzata con un altro («senza quel sapore di fermentato non sarebbe mai andato avanti») la quale poi lo tradirà definitivamente. Tra feste, scooter, pizze, roulotte, giovani rom e fighetti, si snoda la sua vita romana. Lorenzo è «sfigato per convinzione», non di natura, e lo è probabilmente «per eccesso di sensibilità» (tra l’altro, nota come l’aggettivo esprime bene la nostra ossessione nazionale «dandogli la connotazione di non disponibilità della figa»). Proprio ora, a un mese dalla morte di Salinger, ho l’impressione che Lorenzo rappresenti una versione credibile e abbastanza fedele del protagonista di quel romanzo: ribelle ma dal cuore d’oro, refrattario, indolente e al tempo stesso ipersensibile e dall’immaginazione poetica. Straziante la pagina in cui apprende della morte del vecchio professore, che quasi lo aveva adottato: nella cappella dell’ospedale, «già immobile e pallido», con un sorrisetto che «sembrava dire a tutto il mondo: e ora sono cazzi vostri». Ma un legame sotterraneo con il Giovane Holden si percepisce specie nella pagina conclusiva, forse la più bella: lui da solo dopo aver mangiato una pizza si distende sul lettino del camper ereditato dal professore, spegne il cellulare, toglie la sveglia, tappa le finestre, e immagina tutte quelle cose e persone «da proteggere e salvare». Infine: «La mente per un breve istante si fa vuota e, finalmente, non penso più a nulla». di Filippo La Porta 16 aprile 2010
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