Esce l’autobiografia del mitico “Big man”, il sassofonista della band di Springsteen
Bruce Springsteen non è uno da mezze misure. O lo si ama visceralmente, o lo si snobba. Non è il musicista che piace per uno o due pezzi riusciti ma un idolo che esige l’esclusiva da chi lo sceglie. E chi lo sceglie e lo segue con costanza e passione è ricambiato con l’ingresso di diritto in una grande famiglia, quella sterminata dei suoi seguaci, riproduzione in scala globale di un’altra famiglia ristretta, da sempre al fianco, dietro e intorno al boss: la E Street band. I membri della formazione, il fan doc li conosce uno a uno, così come sa a memoria le vicissitudini e i cambiamenti che hanno incontrato nel tempo. Sono grandi artisti ma anche e soprattutto gente alla mano, amici ideali che si presentano come uomini, in carne e ossa, con vizi e virtù, prodezze e limiti. E se Bruce è il pater familias, colui che indica la via con gioia e fermezza, è perché al suo fianco ha sempre avuto un omone che lo ha sostenuto e allo stesso tempo ispirato. Un po’ come Pippo per Topolino, o meglio Obelix per Asterix, data la stazza del nostro. “Big man” è il suo nickname storico, e anche il titolo dell’autobiografia a quattro mani dedicata a lui, mister Clarence Clemons. Doppia C, come la Coca Cola, un altro mito tutto americano, o semplicemente “C”, come si legge nelle fitte, bizzarre e poetiche conversazioni riportate nel volume, edito in Italia da Arcana e firmato, oltre che dal sassofonista, anche da Don Reo, autore di culto della televisione made in Usa, ideatore, tra l’altro, del celebre serial anni Settanta M*a*s*h. L’opera si colloca, secondo la dottrina Springsteen, tra i due versanti della vicenda musicale: tra la familiarità e la mitoligia. Per le 342 dense pagine scorrono quasi 40 anni di “storie vere & racconti incredibili”, come si legge in copertina. Il senso lo esplica lo stesso boss nella prefazione da lui scritta: «I soli fatti non potrebbero mai svelare i misteri di Big man. Detto questo, potrei giurare che in queste pagine le storie non vere siano soltanto un paio. Le altre sono tutte avventure che possono e sarebbero potute accadere al mio grande amico». Dal canto suo, Clemons dimostra quanto sia legato al suo collega: lo chiama fratello. E celebra nel libro quella scintilla tenuta viva in ogni occasione, dai primi incontri nei locali del New Jersey (quando era un giovanotto della Virginia), fino allo show del Super bowl nel febbraio del 2009, passando per l’incredibile concerto nel carcere di Sing Sing nel ’72, davanti a una platea di criminali inferociti perché mancava la corrente per suonare gli strumenti elettrici. E allora ci pensò Big man con il suo sax a mandare in delirio il pubblico, con un unico pezzo di un’ora. E così via, dai furgoni scassati ai jet privati, dalle periferie dell’Impero alla conquista del mondo, tra personaggi minori inseguiti per una vita e celebrità incontrate per caso. La risultante è la storia recente dell’America “buona”, vissuta con la leggerezza di una rara amicizia. E suggellata da parentesi commoventi. Come il momento più bello della vita di Clemons, ovvero l’esibizione a Stoccolma nel 2007 insieme al figlio Christopher, invitato sul palco alla chitarra dallo stesso Springsteen per eseguire Dancing in the dark. Oppure la conclusiva “leggenda di Pozo”, datata 2009: l’incontro tra il boss e Clemons in uno sperduto saloon dove nessuno li riconosceva. Due chiacchiere tra amici e la riappacificazione per un bisticcio di secoli prima rimasto sulla coscienza. Tutto risolto con un semplice «Ti voglio bene». Perché anche nelle migliori famiglie si litiga. Guai se non accadesse. di Diego Carmignani 16 aprile 2010
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