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Uno spettacolo ben diretto da Carlo Emilio Lerici rievoca l’ultimo giorno di vita di Ipazia
Scarnificata con conchiglie affilate, bruciata e smembrata, la grande filosofa neoplatonica alessandrina Ipazia (circa 370 - 415 d.C.), una delle menti più alte e raffinate dell’evo antico, fu la vittima pregiata di un criminale cristiano, il patriarca Cirillo, ovviamente proclamato (nel 1882) santo e dottore della Chiesa. Di questi tempi in cui dal pozzo nero del Vaticano escono alla vista degli uomini, anche dei cristiani veri, diavoli spaventosi e terribili anime nere, si sente la necessità di andare a purificarsi lo spirito davanti a uno spettacolo rievocatore della figura di Ipazia. Non fosse che per non restare con la mente ipnotizzata dalle attività del Satana che ha conquistato la Chiesa e rischiare di trasmettergli involontariamente le energie delle quali avidamente si pasce. Quindi come immersione nell’iperuranio platonico nel quale risiedono le idee perfette e immutabili dovrebbe essere Il sogno di Ipazia, testo di Massimo Vincenzi, musiche originali di Francesco Verdinelli, regia ottima di Carlo Emilio Lerici che dirige l’attrice Francesca Bianco al teatro Belli di Roma.
Si sarebbe potuto fare di più in sede di scrittura di fronte a una simile gran donna, qui immaginata nel suo ultimo giorno di vita. E tuttavia una visione della filosofa e matematica alessandrina lo spettacolo la offre, soprattutto grazie a una messinscena costruita con mano lievissima dalla regia: vari leggii intorno all’attrice a dichiarare la superiorità della Parola umana sulla Storia degli uomini, a esprimere la meravigliosa grandezza statica delle idee di fronte agli spasmi del divenire, e luci morbide ma non basse a dare sensazione di una dolcezza intrinseca delle menti elevate, a evocare la grazia, l’armonia, la soavità che pervade le stanze interiori del pensiero. L’interprete, tecnicamente non eccelsa, viene posta così da Lerici in quella condizione ideale che permette al pubblico di apprezzare il meglio che essa può dare e occulta i momenti meno positivi della prova, ad esempio un uso inesperto dei microfoni messi lì appositamente certo non per esigenze di amplificazione, date le dimensioni ridotte della sala, ma per realizzare effetti e giochi di voce. Ulteriore possibilità offerta all’attrice di passare dal dire intimo e ragionativo ai volumi densi e angosciosi più propri della tragedia, a mo’ di distinzione (e di contrasto) fra interno ed esterno dell’anima monologante. Pagana, colta, libera pensatrice, inventrice dell’astrolabio, del planisfero e dell’idroscopio, Ipazia non poteva sfuggire all’odio maschilista e distruttore della nuova religione monoteista che tuttora la perseguita con il tentativo di censura d’un film a lei dedicato. Sono state necessarie petizioni su internet e firme perché la pellicola di Alejandro Amenàbar, Agorà, salutata con gran favore dalla critica e dal pubblico dei festival di Cannes e di Toronto, vincitore in Spagna di sette premi Goya, potesse essere proiettato dal 23 aprile anche nelle sale italiane. Non solo e non tanto il Vaticano s’è opposto ma gli atei devoti di carriera, i papisti a caccia di prebende cardinalizie, i piegaschiena di sacrestia, a dimostrazione che l’Italia è ancora oggi preda di orde rese folli dal terrore per la Ragione, l’unico sogno non immortale di noi mortali. di Marcantonio Lucidi 16 aprile 2010
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