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Il Medioevo che verrà Stampa E-mail
Non solo le ansie millenaristiche che emergono dal fantasy ma anche le nuove forme del pastiche linguistico ci portano indietro nel tempo

È da tempo che la nostra cultura si interroga sulla possibilità dell’avvento di un nuovo Medioevo (ricordo solo Medioevo prossimo venturo di Roberto Vacca, nel 1971). Ma stavolta, con questo  pamphlet Il Medioevo alle porte (Liberalibri), il linguista e sociologo Massimo Arcangeli ci offre qualche spunto riflessivo in più. Molteplici sono i segnali di questo nuovo Medioevo: dalle epidemie e pandemie alle narrazioni e ai videogame  ispirati al fantasy, da mode goticheggianti a scenari di scontri di civiltà.

E su tutto aleggia l’affannosa ricerca di identità da parte di un Occidente smarrito, che tenta di rivitalizzare radici cristiane abbastanza improbabili. Dunque, molteplici le suggestioni, le polemiche e i temi del libro (c’è anche un attacco a Gianni Riotta direttore del Tg1, e all’incredibile rivendicazione di dati alti di audience dopo il terremoto de L’Aquila). Mi soffermo su due questioni  in particolare.

L’autore sostiene, un po’ in controtendenza, che l’estetica deve reimpossessarsi dell’etica. Tutti ci invitano a riscoprire l’etica, a mettere più etica. Ma il punto è che l’etica da sola non basta (e poi: quale etica?): è solo una forza tra le altre, impegnata ad affermarsi con ogni mezzo. Oltre l’etica - e come suo sostrato - c’è invece la bellezza, intesa non in senso ornamentale ma come un modo d’essere, come comportamenti che rivelano la verità più preziosa della nostra vita associata. A volte penso che un medico che tratta amorevolmente un paziente, un capufficio che non abusa del suo potere, un automobilista che dà la precedenza anche quando gli spetterebbe, un tale che nella discussione non fa di tutto per prevalere, un maestro che ama il proprio lavoro, eccetera sono tutte cose belle, sono spettacoli belli da vedere.

Inoltre: l’avvento di un nuovo Medioevo non deve farci pensare necessariamente a profezie apocalittiche e a incipienti oscurantismi. L’età buia fu infatti caratterizzata, tra l’altro, da una notevole polimorfia linguistica (lessicale, sintattica ma anche grafica, fonetica), oltre che da una cultura fatta di citazioni, glosse e riutilizzazioni. In ciò assomiglia all’orizzonte attuale che, come osserva Arcangeli  - direttore dell’osservatorio Zanichelli sulla lingua - tende a sostituire le obsolete  regole linguistiche stabili con tracce e orientamenti della scrittura.

E da allora prende l’avvio la ricerca di una lingua perfetta e senza difetti, intrecciata con l’affermarsi di una lingua transnazionale: ieri il latino, da cui si originarono le lingue romanze, oggi un inglese sempre più bastardo e sregolato. Qui si cita il De vulgari eloquentia di Dante ma vorrei ricordare un altro passo dantesco, nel XXVI canto del Paradiso, lì dove Dante, in opposizione alla sua precedente teoria, mostra come la varietà e instabilità delle lingue non risulta da una corruzione o da un atto divino che ha voluto punire la Torre di Babele (l’hybris umana, la nostra superbia) ma è profondamente naturale, dato che l’uomo ha il gusto innato della varietà.

di Filippo La Porta

9 aprile 2010

 
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