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La morte al lavoro è la vera protagonista di Departures

Daigo Kobayashi, giovane violoncellista di promettente avvenire, deve rinunciare ai propri sogni per il fallimento dell’orchestra sinfonica in cui suona. Alla ricerca di un lavoro qualsiasi, bussa alla porta di un’agenzia di viaggi, che annuncia di voler assumere un impiegato. Ma non immagina che si tratti di partenze per l’aldilà, cioè d’una impresa di pompe funebri. Ci rimane male ma, dato lo stato d’indigenza in cui si trova, accetta l’incarico che gli viene proposto, cioè la preparazione cerimoniale dei corpi dei defunti prima della loro cremazione. È la trovata su cui si basa Okuribito (titolo internazionale Departures, cioè “Partenze”), la pellicola giapponese che quest’anno ha vinto l’Oscar per il film parlato in lingua diversa dall’inglese, premio che in Europa ha suscitato un diffuso malcontento, essendo tutti persuasi che i candidati maggiormente titolati fossero Il nastro bianco di Haneke e Un profeta di Audiard, rispettivamente la Palma d’oro di Cannes e il film che nel corso dell’attuale stagione aveva raccolto i maggiori consensi critici.

Onestamente, dopo averlo visto, dobbiamo ammettere che l’errore, altre volte commesso, non si è ripetuto. Departures non ha assolutamente nulla da invidiare ai due precedenti citati, non foss’altro che per il modo, originale e profondo, in cui ci mette a contatto diretto con la morte, eleggendola a protagonista indiscussa della vicenda, pur mantenendo su di lei uno sguardo
distaccato.
Departures dà alle “partenze” del titolo la sensazione a suo modo consolante che “partire” nella fattispecie significhi svanire del tutto, sprofondare nell’universo, mescolarsi alla natura. Se c’è un film che rende tangibile la definizione, altrimenti astratta, di Cocteau, secondo il quale il cinema rappresenterebbe «la morte al lavoro», questo è proprio Departures. E lo fa seguendo la tesi esposta negli anni Cinquanta da Zavattini, per il quale ogni sequenza, ogni inquadratura possono diventare “tipiche”, se sappiamo individuarne e rappresentarne la tipicità.

di Callisto Cosulich

9 aprile 2010

 
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