Arrivano da Palermo, e con Brucerò la Vucciria gli Akkura ci raccontano una città diversa, con tanta voglia di guardare al futuro
Sono pronti a dare fuoco alla Vucciria, lo storico quartiere palermitano, gli Akkura. Bonariamente, è ovvio. Arrivano dal capoluogo siciliano e ci raccontano la città con un fare diverso. Molto spesso dietro le grandi indagini, gli arresti eccellenti e le innumerevoli guerre di mafia, tutti noi perdiamo un po’ di vista Palermo, la città e la sua gente che ha voglia di riscatto e magari scoprirla inseguendo la figura di Nick Cave (da ascoltare “Chiedilo a Nick Cave”) per lungo tempo frequentatore degli antichi vicoli. E gli Akkura ci mostrano proprio una via diversa. Con Brucerò la vucciria (col mio piano in fiamme) uniscono musica e letteratura, atmosfere tex mex, dolci ballate e tanto Sudamerica. Un viaggio in una città che vuole uscire dai suoi anni bui e rinascere a ritmo di musica anzi creando un inedito asse Palermo-Rio, tanto da sbarcare oltreoceano per registrarlo. «è un regalo che ci siamo fatti - racconta Sergio Serradifalco, contrabbassista della formazione -. Abbiamo sempre tentato di divertirci. Lì siamo stati accolti a braccia aperte, per tutti eravamo i Siciliani, alla fine non capivamo più se avevamo nostalgia di Palermo o di Rio». Da quest’esperienza hanno portato a casa un album particolare e raffinato con la produzione di Moreno Veloso (figlio di Caetano) e Domenico Lancellotti e la partecipazione di Arto Lindsay. «Tutto è nato casualmente, come ogni cosa bella - racconta Sergio -. Stavamo registrando, Lindsay ha saputo dei palermitani di passaggio e visto che ha una passione per il Sud Italia ha voluto partecipare. Abbiamo conosciuto tanti musicisti e a un nostro concerto è venuto anche Caetano Veloso, padre di Moreno, e ci ha messo un po’ di ansia, non potevamo certo sbagliare». E per loro fortuna non hanno sbagliato, anzi la lontananza ha permesso agli Akkura di guardare tutto con distacco e trovare la chiave giusta per raccontare una terra difficile. A suon di musica ci guidano tra i vicoli, tra gli antichi odori del mercato, tra le strade della Kalsa, (da provare “Kalsa mex”). «Rischiando di essere presi per ingenui vogliamo raccontare un lato della Sicilia così come non è stato mai fatto: fresca, vivace, con tanta voglia di fare. è realmente quella che viviamo. Anche nei racconti allegati all’album c’è chi ha visto la città in modo fiabesco oppure chi la vede come una qualsiasi capitale europea». Nel finale, però, con “Sabbie immobili” torna la malinconia ma è solo un mezzo per guardare al futuro in modo ottimistico. «Si dice che a Palermo va tutto lentamente, come se si fosse imprigionati nelle sabbie mobili - conclude Sergio -. Abbiamo giocato su quest’immagine e deciso di raccontare una città dove la gente non vuole più andare via, ha capito la bellezza del posto e vuole restare, non è più legata perché va giù ma vuole cambiare le cose. La malinconia che pervade il pezzo alla fine ce la lasciamo alle spalle e diventa orgoglio palermitano per guardare avanti». di Pierpaolo De Lauro 9 aprile 2010
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