|
Uno spettacolo sull’uranio impoverito dei tre giovani artisti che formano la compagnia bresciana Carrozzeria Orfeo
Spettacolo di poche parole perché non c’è molto da dire sull’avvelenamento dei soldati causato dall’uranio impoverito. Sul confine - confine geografico, spaziale, antropologico, interiore, esistenziale - è un allestimento in scena al Quirino di Roma della compagnia bresciana Carrozzeria Orfeo che ha vinto un premio abbastanza importante, il Tuttoteatro.com “Dante Cappelletti” dedicato a un bravo critico scomparso tragicamente qualche anno fa, drammaturgia di Gabriele De Luca anche regista, oltreché interprete assieme a Massimiliano Setti e Alessandro Tedeschi. Siccome non c’è molto da dire, c’è tanto da fare. Molto movimento, molta fisicità i tre attori esprimono in scena, lavorando con grande attenzione sulle luci, su ombre dalle quali essi appaiono e scompaiono, e rumori, suoni di lotta e sofferenza, fasci di torce nell’oscurità che sono come lame nel buio delle guerre e delle coscienze. Teatro di visioni, di apparizioni, costruito da un gruppo di artisti che cerca di prendere materiali e ispirazione da se stesso con evidente atteggiamento laboratoriale. Sicché lo spettacolo si manifesta come un tutto omogeneo in cui le singole parti - le musiche originali di Setti, la regia, il testo - non possono essere indipendenti l’una dall’altra. Si tratta di un vantaggio strategico non indifferente perché concepisce la creazione come maieutica e non come ermeneutica, un unicum e non un assortimento. Il tema, la questione dell’uranio, non viene esplicitato e per così dire spiattellato retoricamente sulla scena come risultato di una riflessione etica e morale ma è un punto di partenza per individuare, addirittura selezionare, un istante della condizione umana. Naturalmente i giovani della compagnia, nata appena tre anni fa, non hanno ancora avuto tutto il tempo necessario ad approfondire il teatro nella sua natura di filosofia in azione, però questo sembra essere il percorso che intendono affrontare. Il “confine” allora diventa ovviamente una riga sottile fra vita e morte, verità e menzogna, futuro e passato. E se, da questo spettacolo, si dovesse trarre, per gioco e intuitivamente, una linea di tendenza peculiare alla nuova generazione di teatranti, si potrebbe pensare a una condizione di frontiera, più esattamente a quel breve tratto di terra di nessuno fra le dogane di due nazioni. In quello spazio del niente non si appartiene a nessuno, si vagabonda nel nulla, si sta come una sillaba nel silenzio. Salvezza dal vuoto questi giovani sembrano cercarla nella forma, che poi è il tentativo di impedire al caso, all’imprevisto di irrompere nel fluire dello spettacolo. Tutto appare qui calcolato, ponderato, rigoroso perché è difficile sopportare al contempo la solitudine e il caos. Notevole sforzo quello di esprimere il disordine della vita mediante l’ordine sulla scena, gli irresistibili vortici dell’esistenza umana con una rigorosa armonia della rappresentazione. C’è da aspettare con curiosità il prossimo spettacolo per capire dove si stanno dirigendo i giovani artisti bresciani. di Marcantonio Lucidi 9 aprile 2010
|