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Se la filosofia diventa pop Stampa E-mail
Usciti dalle biblioteche, i nuovi pensatori tentano di interpretare gli odierni fenomeni di massa. Regazzoni si fa capofila della nuova iniziativa

Il proposito è commendevole. Il nome è una felice invenzione di marketing. Sto parlando della “pop filosofia”, che dà il titolo a un libro collettivo curato da Simone Regazzoni, con saggi di Lorenzo Fabbri, Tommaso Arienna, Laura Odello, Girolamo De Michele e altri (Il Melangolo) dedicati a icone e fenomeni della cultura di massa. L’etimologia ci porta sia al “popolare” - proprio come per il pocpcorn - che all’“esplosivo”(e perfino al personaggio di Popeye-Braccio di ferro, al suo occhio sempre chiuso, dunque alla sua “sporgenza di sguardo”). Dunque: interesse verso il frastagliato arcipelago della cultura pop (interesse che avrebbero invece mancato i Foucault e Derrida, assunti come padri putativi) e però esercizio rigoroso del pensiero critico. Le analisi dei prodotti culturali - cinema, tv, reality, canzone, graphic novel - sono originali e di una certa suggestione: ad esempio quelle dedicate  alla miniserie televisiva Regno (sull’ospedale di Copenhagen) di Lars von Trier, o ai film Il mucchio selvaggio (l’ultimo grande western classico) e 300 (tratto da un fumetto sulla vicenda greca delle Termopili, molto liberamente ricostruita). In particolare, a proposito di quest’ultimo Wu Ming 1 ci invita a smascherarne l’ideologia imperialista e para-fascista (elogio dell’eugenetica, demonizzazione di ogni “nemico”) e a «prendere le emozioni che il film ci costringe a provare».

Onestamente non sono un adoratore di Lacan, qui citatissimo, ma la decostruzione culturale in cui i vari autori sono impegnati  risulta quasi sempre sottile e persuasiva. Forse il limite del libro consiste proprio nella parte più esplicitamente “politica”. A un certo punto si sottolinea che l’unica figura sovversiva del nostro tempo è quella dell’apolide (Agamben), ossia del senza Stato, del residente non cittadino, di chi è in fuga dalla propria nazione ma che non vuole abbracciarne nessun’altra. Ora, davvero l’elogio estetizzante dell’anti Stato, della defezione dalla politica è proprio ciò di cui sentivamo la mancanza, in Italia? Non indebolirà il senso civico e il rispetto delle regole, già fatalmente in declino? Credo che il problema sia oggi quello di allargare la cittadinanza (che prevede diritti e doveri), non di rifiutarla. Liquidare così, in nome del nomadismo permanente, ogni bisogno di identità stabile, di casa, di radicamento, non sarà antropologicamente riduttivo? E poi: quando sento dire che “occorre attivare nuove comunità” e inventare vite “che siano radicalmente altrove”, ho qualche perplessità. Cose del genere - per quanto auspicabili - non possono diventare un progetto politico, magari realizzato da presunte avanguardie rivoluzionarie  e/o minoranze giacobino-leniniste. L’utopia non va burocratizzata. La critica dell’ideologia all’opera nei singoli saggi è sempre condivisibile ma la “filosofia” più generale che dovrebbe servire da collante, e poi la suggestione modaiola del New italian epic (che in una futura versione del libro spero sia a sua volta “decostruito”), assai meno.

di Filippo La Porta

2 aprile 2010

 
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