|
In Happy family prendono corpo i fantasmi di un copione in corso d’opera
Nelle “note di regia” allegate al pressbook di Happy family, Gabriele Salvatores parte citando una battuta di Groucho Marx: «Preferisco leggere o vedere un film piuttosto che vivere; nella vita non c’è una trama». Pressapoco lo stesso concetto espresso da Godard, quando dice che il cinema è la vita «senza i tempi morti». Rimanendo nell’ambito delle citazioni, si potrebbe pescarne una da Sei personaggi in cerca d’autore. In fondo, qui si passa solo dalla “commedia da fare” di Pirandello a un “copione da fare”. Il contrasto tra i personaggi e gli attori è praticamente lo stesso. Varia soltanto il numero dei personaggi che in Happy family divengono otto: Vincenzo (Fabrizio Bentivoglio), allo stadio terminale di un tumore maligno; Anna (Margherita Buy), sua moglie, entrambi sposati in seconde nozze, entrambi con figli avuti dal loro primo matrimonio; la ventisettenne Caterina (Valeria Bilello), figlia di Vincenzo; il sedicenne Filippo (Gianmaria Biancuzzi) figlio di Anna. Poi ci sono Anna (Corinna Agustoni), l’ottantenne madre di Vincenzo, affetta da morbo di Alzheimer; Maria (Alice Croci), la fidanzatina di Filippo, con i suoi genitori (Diego Abatantuono e Carla Signoris).
Non è la prima volta che il cinema affronta una situazione del genere. L’esempio più illustre ce lo ha dato Fellini in 8 ½, ma con una differenza che non è certo di poco conto: i fantasmi dell’immaginazione di Happy family sono a uno stadio precedente di maturazione; non di un film da girare, bensì di un soggetto che è ancora in attesa di divenire una sceneggiatura. E non basta: l’autore in questo caso non è il futuro regista del film, cioè Gabriele Salvatores, bensì Alessandro Genovesi, autore insieme al primo del copione, ultima tappa del tortuoso tragitto di un testo dello stesso Genovesi, concepito in prima istanza come romanzo e divenuto in seguito lavoro teatrale dopo una lunga serie d’incidenti di percorso. Rispetto a Fellini Salvatores si trova perciò in una posizione più defilata, molto meno compromessa. di Callisto Cosulich 2 aprile 2010
|