I Baustelle sono una delle band più cool del momento. E non temono i luoghi comuni. Dopo l’uscita di Mistici dell’Occidente, Bianconi e compagni spiazzano ancora
La copertina del loro nuovo disco li mostra composti al centro di una sorta d’ironico e decadente ritratto di famiglia, simile a quelli che Fancisco Goya dipinse per nobili famiglie sull’orlo dello sfascio. Ma non sono soli: sono circondati da altre persone di cui non vogliono rivelare l’identità. «Non riveliamola questa cosa, lasciamola cadere nell’ombra, nel mistero…», ci dicono. «Però una cosa te la possiamo dire: il nome del cane è Rocco!». Come sempre la loro ironia quasi british li precede, sono loro: Francesco Bianconi, Rachele Bastreghi e Claudio Brasini, in arte I Baustelle, una delle band più innovative, raffinate e di spessore del panorama pop-rock italiano. In un tranquillo pomeriggio romano li abbiamo incontrati per fargli qualche domanda e parlare della loro ultima fatica: I mistici dell’Occidente, da oggi in commercio.
Come nasce I mistici dell’Occidente? Brasini: Per contratto! Bianconi: Il titolo nasce in maniera un po’ casuale perché I mistici dell’Occidente è anche il nome di una saggio di Elemire Zolla, filosofo che io personalmente non conoscevo, non avevo letto nulla di lui, però in libreria ho trovato questo saggio, mi ha incuriosito il titolo e ho pensato che potesse essere un buon titolo per un disco. Certo, non pensavo che potesse esserlo per un nostro disco, però ecco una volta comprato ho iniziato a leggerlo: è un’antologia di scritti che partono dall’Antica Grecia fin quasi a oggi che parlano di misticismo. E poi dalla lettura di alcuni scritti di questo saggio sono uscite fuori delle idee che hanno dato vita ad alcune canzoni. La molla è partita da qui.
Che legame c’è fra musica e filosofia? Bianconi: Può esserci un legame, nel senso che porsi delle domande, socraticamente parlando, anche nelle misere canzonette, vuol dire un po’ filosofeggiare, certo, in maniera molto più sintetica, ermetica e più vicina al discorso poetico che a quello filosofico, però ecco, il legame c’è.
I mistici dell’Occidente è un disco che lascia entusiasti: importante e complesso sia nell’orchestrazione che negli arrangiamenti, e in cui riprendete e ampliate molte delle tematiche e sensazioni dei dischi precedenti ma le superate anche, e che voi avete definito “chitarristico”. Si sente infatti un maggiore e differente coinvolgimento della chitarra elettrica, come mai questa scelta? Bianconi: Noi volevamo che questo fosse un disco sì orchestrale ma anche molto “sferragliante”, molto chitarristico e che, come tipo di suono, avesse quella naturalezza di molti dischi folk-rock degli anni Sessanta. Per questo abbiamo fatto in modo che si sentissero tutti i suoni “cristallini” delle corde della chitarra elettrica.
È un album mistico, trascendente, oppure, malgrado il nome, immanente e concreto? Bianconi: è entrambe le cose. è immanente e concreto perché parte dall’osservazione della realtà e però, al contempo, si pone delle domande sulla possibilità di trovare una via d’uscita quando questa realtà ti fa star male. In questo senso noi siamo mistici, parliamo di misticismo e adoperiamo la metafora del mistico, che è una persona che si stacca da tutto per trovare un proprio modo di superare la realtà. Però, ecco non è un invito ad applicare alla lettera la mistica, a non avere un contatto con la realtà, ma solo a mettersi nell’atteggiamento di un mistico.
Il disco è anche denso di riferimenti letterari e, in particolare, cinematografici. Ci sono, infatti, parecchie strizzate d’occhio al cinema western: in alcuni momenti dell’ascolto sembra addirittura di trovarsi nel Gran Canyon e vedere la diligenza che vi passa attraverso con i pellerossa sulle alture, o anche nel bel mezzo di un duello alla Sergio Leone. Non mancano poi anche i riferimenti al western più recente: una canzone infatti s’intitola proprio “Gli spietati”, come l’omonimo film di Clint Eastwood. Come mai questi espressi riferimenti e omaggi al cinema e in particolare al genere western? Bianconi: Per prima cosa perché ci piace, soprattutto lo spaghetti-western, che era questa cosa nata in Italia come imitazione dei grandi classici del western, un genere totalmente americano e del tutto anti italiano ma che poi abbiamo preso, fatto nostro e forse anche superato. Pertanto, da Sergio Leone in avanti, anche i western americani hanno iniziato a prendere molto da noi. Comunque noi l’abbiamo preso come riferimento anche sonoro perché ci sembrava che fosse in sintonia con molti contenuti del disco: la rivoluzione, l’invito a questa follia del non pensare in maniera allineata, e quindi ci venivano in mente la rivoluzione messicana, Peckinpah, Giù la testa, Vamos a matar companeros, insomma, ci sembrava che i suoni di quelle colonne sonore si sposassero bene con le nostre sensazioni.
Per voi chi sono invece gli “spietati”? Bianconi: Oggi siamo tutti un po’ spietati quando obbediamo a regole disumane imposte dal sistema mentre invece gli spietati della canzone sono diversi: sono coloro che vivono lontani dalle passioni, che vivono in quell’apatia propria dello stoicismo.
Che legame c’è fra musica e immagini? Bianconi: La musica evoca immagini. Ma la magia è che, anche se la musica non è un linguaggio visivo, ha questa capacità di farti pensare delle cose, di fartele vedere. A maggior ragione poi quando si parla di musica senza parole.
Francesco, tu questa volta, oltre ad aver scritto e co-scritto tutti i testi, ad averli arrangiati e orchestrati, hai affiancato nella produzione il plurititolato tecnico del suono irlandese Pat McCarthy, già produttore dei R.E.M., degli U2 e di numerosi altri artisti di fama mondiale. Com’è stato lavorare con lui? Bianconi: è stato bello e molto stimolante perché, come sospettavamo, gli stranieri sono un po’ diversi nell’approccio al lavoro della produzione musicale. Brasini: Sì, sono più attenti a catturare l’emozione e a trasformarla in musica piuttosto che a un metodo di lavoro: per lui conta lavorare bene nel momento in cui v’è da dire qualcosa d’importante e concretizzarlo immediatamente in suono, e questa cosa ci ha veramente spiazzato, oltre che affascinato.
Voi in questo disco, come anche nel corso della vostra carriera, vi siete avvalsi di prestigiose collaborazioni: ci sono infatti Enrico Gabrielli, ex Afterhours e polistrumentista, gli Gnu quartet, Asso Stefana, ma in futuro con chi vi piacerebbe collaborare? Bianconi: C’è un elenco lunghissimo…
Chi è il primo dell’elenco? Brasini: Potrebbe essere anche Morricone… Bastreghi: Uno meno irraggiungibile no? Bianconi: Sì, dico anch’io Morricone. Spariamola grossa. di Flaminia Attanasio 26 marzo 2010
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