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Oratorio per una rivolta Stampa E-mail
Graziana Maniscalco in un testo sulle morti bianche scritto e diretto da Nino Romeo

Con sottotitolo che dice tutto, Oratorio in nero per le morti bianche (così le chiamano), e titolo meno pregnante (anche se si tratta di frase cinica spesso sentita quando muore un lavoratore), Entro i limiti della media europea, il drammaturgo e regista catanese Nino Romeo ha portato a Roma sulla scena dell’Atelier Meta-Teatro un suo monologo interpretato da un’attrice di temperamento evidente, Graziana Maniscalco.

Tecnicamente l’oratorio è una composizione drammatica e musicale di argomento religioso per voci e orchestra, priva di scenografia, con alternanza di recitativi e cantate. Questa invece è una composizione drammatica di argomento laico, anch’essa priva di scenografie, per voce sola e senza cantate. Una sorta di oratorio contemporaneo in cui la protagonista non può appoggiarsi a null’altro che a se stessa, non a un’orchestra né a canti. Trattandosi in buona sostanza di una lamentazione, la difficoltà sta nel dare ritmo, ricchezza e spessore teatrale al monologo avendo a disposizione un solo registro interpretativo, un po’ come farebbe un musicista balcanico con il gusle, la viola a una corda. La difficoltà è magnificamente superata dalla Maniscalco che usa, con fredda tecnica, lo stratagemma di “sporcare” la recitazione, evitando opportunamente di curare la dizione e la fonazione per lasciare libero corso alle episodiche imperfezioni dell’eloquio e persino a una certa “nasalizzazione” come si chiama in foniatria, ossia un timbro vocale determinato dall’uso delle cavità nasali come risuonatori. Questa “sporcatura” offre un di più di realismo non all’interpretazione in sé (che farebbe figura d’artificio e lederebbe la prova dell’attrice) ma al dramma interiore del personaggio, la moglie di un uomo morto da poche ore per un incidente sul lavoro.

Qualsiasi sospetto di retorica viene così evitato attraverso un processo di avvicinamento - lo spettatore di necessità deve aprirsi maggiormente alla comprensione delle parole - e un altro di allontanamento: mancando di rispetto alle forme del recitare “comme il faut”, la protagonista segnala di porsi al di fuori delle convenzioni, anche quelle sociali che vorrebbero il personaggio prono alle regole della società dello spettacolo. La donna si oppone fermamente alle richieste di partecipazione ai programmi televisivi che fanno del dolore merce di consumo di massa. La sua sofferenza interiore non deve diventare cibo di un sistema produttivo che già si è mangiato il marito. Il rifiuto di adottare un linguaggio conformista, tranquillizzante, asettico, la scelta da parte dell’attrice di una parola spezzata, straziata, tormentata in lotta con l’italiano ospedaliero di intellettuali ipocritamente taumaturghi, sono il segno di uno spettacolo che non si limita alla denuncia, non si soddisfa dell’urlo, ma chiede la rivolta.

di Marcantonio Lucidi

26 marzo 2010

 
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