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In Shutter island di Martin Scorsese rivive il cinema espressionista degli anni Venti
Siamo nel 1954. L’agente dell’Fbi Teddy Daniels si reca col collega Chuk Aule a Shutter Island, isolotto del New England, che ospita un manicomio criminale con annesso carcere riservato a psicotici di particolare pericolosità. Ci va per indagare sulla sorte di una ricoverata scomparsa senza lasciare traccia, come se fosse svanita nel nulla. Daniels ha alle spalle un passato drammatico, che continua a tormentarlo. In guerra fu tra i primi a penetrare nel lager di Dachau, a scoprirne gli orrori, di fronte ai quali ebbe una reazione rabbiosa, mise in fila i carcerieri, sterminandoli senza pietà con il suo fucile mitragliatore. Poi si sposò ma rimase ben presto vedovo, poiché sua moglie morì tra le fiamme di un incendio. Il quadro allucinante che, appena sbarcato, gli presenta l’isola lo porta a rivivere il proprio passato, fino a confonderlo col presente. Qui ci fermiamo, poiché Shutter Island, più del consueto, consiglia di non rivelare la conclusione della vicenda. Scorsese lo ha tratto dal romanzo omonimo di Dennis Lehane, lo stesso giallista che con un altro romanzo ispirò a Clint Eastwood Mystic river. Ma, mentre Eastwood elevò il poliziesco al livello di una tragedia shakespeariana, Scorsese trasforma Shutter Island in un film simile a quelli espressionisti che i registi tedeschi realizzavano tra gli anni Venti e Trenta, verso la fine del cinema muto e l’inizio di quello sonoro e parlato. Scorsese assomiglia a un regista italiano, trapiantato negli Usa, senza perdere i suoi connotati di origine. Poi si era “americanizzato”, affrontando con rara maestria i vari generi su cui si basano i film di Hollywood. Con questa pellicola si riconferma l’altra componente della sua personalità: la cinefilia, cioè la passione per i film dei suoi colleghi di culto, dei quali riprende lo stile, rielaborandolo nello spirito della propria personalità. Qui per la prima volta dirige un film di stile espressionista. Rivive il conflitto tra tirannide e caos, descritto dal Kracauer in Da Caligari a Hitler, la fondamentale storia del cinema tedesco dal primo dopoguerra all’avvento del nazismo. di Callisto Cosulich 19 marzo 2010
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