Dopo un silenzio di cinque anni, torna Edoardo Bennato. Con un cd ispirato alla realtà italiana di adesso. «La musica serve per sottrarsi alle logiche dei potenti»
Una volta cantava “sono solo canzonette”, oggi dopo trent’anni di carriera, la sua anima ribelle, rivoluzionaria e anticonformista ha preso il sopravvento sfornando Le vie del rock sono infinite. Edoardo Bennato interrompe così un silenzio discografico che durava ormai da cinque anni, con un album che fotografa la vita che ci circonda, brani come “Il capo dei briganti”, “Un aereo per l’Afganistan”, “C’era un re” oppure “Wannamarkilibera” dimostrano che l’artista si ispira alla realtà quotidiana rileggendola attraverso la sua musica. Immancabile il pezzo dedicato a un’isola: Cuba, di cui ne fa un ritratto affettuoso, “eternamente sospesa tra paradiso e bugie”.
Quanto è importante viaggiare per te? Viaggiare è l’unico modo di capire le cose. I libri possono anche essere superati dai tempi, cambiando la tecnologia cambia la morale, le mode. Tutto quello che prendi dai libri lo devi prendere col beneficio dell’inventario, solo vivendo puoi capire. Sono andato a Cuba, in Cile, in Scandinavia ed è lì che capisci la realtà delle cose.
È un po’ vintage oggi ritornare al rock? Il rock è una soluzione per sottrarsi alle logiche politiche e dei potenti, è modo di essere, di pensare, di trasgredire, non per il gusto di farlo ma solo per evidenziare certi paradossi. Il rock arriva alle masse ma è solo una piccola comunità che ce la porta. Rolling Stones, U2, Coldplay tanto per citarne alcuni, sono dei gruppi che presentano alle masse il prodotto. Il rock è meno fruibile soprattutto nei testi, per rock si intende musica energetica che è anche pop quando diventa popolare.
È difficile oggi fare rock in Italia? In Italia ci si può riscattare soltanto quando i testi hanno una valenza, altrimenti si diventa cloni. Il rock parla solo inglese da più di 30 anni. Noi italiani oggi viviamo ai margini, siamo ancora nel dopoguerra del mondo culturale e musicale. Siamo presi in considerazione nel mondo solo grazie ad Andrea Bocelli e Luciano Pavarotti. è difficile che un italiano possa far parte dell’universo rock a livello mondiale.
Cosa ti fa pensare allora che un cambiamento può esserci? Negli anni Sessanta le prime trasmissioni canore utilizzavano grandi successi stranieri, traducevano in italiano i testi, e gruppi come i Nomadi o i Corvi rifacevano questi brani. Il festival di Sanremo ha oggi uno statuto che impone di presentare canzoni inedite. Negli anni Sessanta, invece, dei giovanotti presero un pezzo di Dylan e scrissero “Tu sei buono e ti tirano le pietre” e la presentarono al festival, impunemente. Voi giornalisti siete il filtro tra noi artisti e la massa.
Questione di feeling? Il rapporto tra il rock e l’Italia è lo stesso tra l’Italia e il Gabon. Al Festival ci sono andati i grandi della musica internazionale.
Stai preparando un tour internazionale? Nei prossimi giorni suonerò a New York e presenterò Peter Pan, il mio musical tradotto in inglese, a degli editori americani, questi mi guarderanno con aria strana ma mi farò la mia trafila sperando di concludere qualcosa. In questa situazione di disagio, in quanto italiano, cercherò comunque di vendere il mio prodotto ma sarà come vendere i frigoriferi in Alaska. Noi copiamo dagli americani.
Nel rock essere italiano è un “handicap”? Quando ero piccolo gli input che ricevevo dalle radio non mi soddisfacevano per cui ascoltavo la musica che arrivava dall’Inghilterra e dall’America. Il problema è che quando noi da ragazzini si ascoltava la musica inglese, a differenza degli americani, degli inglesi o degli australiani capivamo solo il sound ma non le parole, mentre invece quando Paul McCartney ascoltava da ragazzino la musica aveva la fortuna di comprendere anche il significato del testo. Noi siamo il Paese che parla meno l’inglese e questo porta a una situazione di stallo culturale.
Siamo ancora messi così male? In Italia esistono band di giovanissimi che cantano in inglese. Questo significa che molte rock band scartano l’italiano perché credono che non sia adatto. Conosco molte band rock italiane che hanno talento. Le nuove generazioni canteranno sempre più in inglese. Molti personaggi della musica italiana della penultima generazione cominciarono a cantare in inglese, poi smisero e cantarono in italiano. Alla fine siamo relegati a questi confini nazionali ed è difficile superarli. Molti vanno all’estero per avere un riscontro in Italia… per dire ho suonato lì… comunque questo non ci impedisce di fare rock.
La speranza è l’ultima a morire? Nessuna impresa è impossibile. In Italia c’è Renzo Rosso che con i suoi Diesel è riuscito a vendere proprio nella patria dei jeans: in America. Il musical Peter Pan ha avuto molto successo in Italia perché aveva un fine commerciale. Se invece proponi solo musica devi fare necessariamente i conti con le case discografiche. Io l’ho tradotto in inglese perché le mie canzoni nascono in realtà in inglese: “è lei” e “Capitan Uncino” le ho scritte prima in inglese, poi le ho tradotte in italiano. Procedimento inverso sarà per Peter Pan. Nel mio piccolo sto cercando di reagire a questa sudditanza nei confronti dell’America, facendo affidamento solo alla mia determinazione.
Come è stato cantare in inglese? Per quanto possa avere una buona pronuncia o a voi possa sembrare buona, agli americani sicuramente può non piacere, allora ho preferito farla cantare ai miei amici di madrelingua inglesi/americani. Il sound del risultato mi è sembrato più giusto. Pensa, che nel locale dove suonerò a Manhattan “Highlight Bedroom” ha suonato gente del calibro di Lou Reed, Paul McCartney, Santana, Snow Patrol. L’unico italiano a quanto mi risulta è stato Jovanotti.
Cosa ne pensi dei tuoi colleghi italiani? Ho poca stima degli artisti italiani, però ad esempio Zucchero è uno che le cose le fa bene. Non è nato in America, forse l’avrebbe preferito, ma la sua musica è convincente. Uno che fa poesia e rock ad alti livelli è Francesco De Gregori. Anche le ultime cose di Jovanotti, soprattutto nei live, e poi gruppi come i Velvet o i Negrita. Nell’ultimo album hai collaborato appunto con i Negrita. Sì, mi hanno aiutato molto, li stimo non solo come musicisti ma come persone, ho un ottimo rapporto con loro. Spesso sono stato egocentrico, ho cercato sempre di fare tutto da me, invece stavolta mi sono affidato al produttore Fabrizio Barbacci e ne sono contento. Molti brani del mio nuovo disco sono nati già nel 2007 e con i Negrita abbiamo completato l’album. Abbiamo scartato molti pezzi perché eravamo arrivati a 35 brani.
Parli nuovamente di Napoli in questo tuo lavoro? In un brano parlo di Bagnoli, perché è da lì che ho preso energia, Napoli è una città amara, sfortunata, complicata e lo dico anche in altre occasioni. di Pino Gagliardi 19 marzo 2010
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