Un testo invecchiato di Koltès interpretato da Claudio Santamaria
Grazie a Bernard-Marie Koltès abbiamo capito che il mondo fa orrore, che la vita è spaventosa e l’uomo un essere inferiore. Detto questo, su La notte poco prima della foresta, in scena al Piccolo Eliseo di Roma con l’interpretazione di Claudio Santamaria diretto da Juan Diego Puerta Lopez, ci sarebbe poco da aggiungere. Resta da indagare perché un testo così apodittico venga allestito. Il fatto è che questo monologo vive di un vecchio trucco retorico, di una facilitazione che semplifica la ricerca artistica e legittima l’artista: la poesia starebbe nella rappresentazione non mediata, naturalistica, della rabbia, del dolore, della desolazione, della degradazione. Quindi basta mettere un personaggio in simili condizioni per magicamente ottenere un risultato spendibile: il “maledetto”, il reietto, il marginale è certamente un individuo elevato. Procedura che ha funzionato per lungo tempo e che aveva anche le sue buone ragioni d’essere praticata quando il titolo di Koltès fu rappresentato la prima volta nel ’77. Ma adesso, di questo genere teatrale e letterario che da oltre trent’anni imperversa, si percepisce l’usura e la raggiunta inefficacia. A dimostrazione che i grandi - Beckett, Tadeusz Kantor - superano la contingenza storica e gli altri, gli epigoni più o meno bravi, durano una stagione che hanno da sperare sia la più lunga possibile. Questo monologhino di Koltès negli anni Settanta funzionava ma proporlo significa rimanere nel conformismo di un’avanguardia divenuta retroguardia.
Indiscutibilmente Santamaria è attore tecnico, ha frequentato i laboratori teatrali con profitto, possiede i ritmi giusti, mimica, voce e gestualità professionali, recitazione “puntuale”. Un mestierante allenato ma fra lui e un artista passa la stessa differenza che fra un versificatore abile con la metrica e un poeta. Il testo di Koltès effettivamente oggi è perfetto per un tipo di attore costruito da una cinematografia standardizzata e dai film per la tv che temono l’artista e prediligono il professionista della recitazione: affidabile, regolare, capace di assicurare con costanza un livello medio di “produzione” in linea con le necessità industriali dello show business. Quindi atto a soddisfare il gusto del pubblico, ormai uniformato secondo quella stessa logica che vuole i corpi delle donne tutti della stessa taglia per permettere alle aziende del prêt-à-porter di realizzare le economie di scala. Un attore di questo tipo facilmente sceglie il testo di Koltès, il quale assicura una finta modernità, è interpretabile con il ricorso esclusivo a una buona tecnica e garantisce prestigio intellettuale. di Marcantonio Lucidi 19 marzo 2010
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