Molto diverso da Berlusconi, Fini da quando è stato sdoganato disquisisce sul rispetto delle istituzioni. E punta a ristrutturare la destra. In attesa della successione di Aldo Garzia
Gianfranco Fini è personaggio politico formatosi nella Prima repubblica. Quando era segretario del repubblichino Giorgio Almirante, leader del Movimento sociale, non avrebbe mai pensato di diventare vicepremier, ministro degli Esteri e addirittura presidente della Camera dei deputati. Il suo permanente dissidio con Silvio Berlusconi, a ben vedere, affonda proprio negli anni dell’educazione sentimentale alla politica. Mentre Fini faceva gavetta nella Fiamma tricolore, Berlusconi cantava sulle navi da crociera accompagnato al pianoforte da Fedele Confalonieri e poi, più maturo, iniziava a fare il costruttore edile per finire - con indubbio intuito, seppure aiutato da Bettino Craxi e dai vuoti legislativi - a fare il venditore televisivo inventando la tv commerciale.
La prima diversità tra i due leader è quindi nella differente “formazione”. Fini ha il temperamento del ragionatore. Da quando è stato sdoganato, disquisisce su regole del sistema politico e rispetto delle istituzioni come fosse un politologo. Berlusconi è invece un “antipolitico” puro: nel suo modo di fare politica ogni regola è ritenuta un impedimento, in casa Pdl pensa poi che nessuno debba pestargli i piedi perché il partito deve assomigliare a una delle sue aziende. Se fosse stato in auge negli anni Cinquanta, il Cavaliere avrebbe conteso al colonnello argentino Domingo Perón il primato di caudillo più ammirato e studiato.
Pur dovendo ringraziare Berlusconi per tutto ciò che ha raggiunto finora nella sua carriera, Fini non riesce più a trattenere irritazione e insofferenza verso il premier. Non c’è giorno in cui non bacchetti il Pdl, ricordando che il galateo dello scontro politico prevede che occorra tener conto di Parlamento, opposizione e regole democratiche. Che lui non accetti di fare del Pdl una caserma dove c’è solo un capo e che si ritenga garante delle regole costituzionali rispetto al Quirinale e alla Corte costituzionale tanto odiati da Berlusconi, è cosa ormai nota. Ma non è affatto chiaro quale sarà l’approdo di Fini in caso di deflagrazione del Pdl, o se contribuirà a provocarla.
Tra le diverse ipotesi, quella maggiormente accreditata vede all’orizzonte l’alleanza tattica tra una nuova formazione politica guidata dal presidente della Camera, l’Udc di Pier Ferdinando Casini e la neonata Api di Francesco Rutelli. Tutti e tre andrebbero a presidiare lo spazio al “centro” del sistema politico, potendo contare insieme forse sul 15-17 per cento dell’elettorato, che si contrapporrebbe alla Lega e ai resti del Pdl. Tra i loro sponsor più convinti, c’è Luca Cordero di Montezemolo, ex presidente di Confindustria, voglioso di entrare nell’agone politico. C’è pure una curiosità di cui tener conto: non solo per il gioco fortuito delle sigle, la fondazione promossa recentemente da Montezemolo si chiama Italiafutura mentre Farefuturo quella di Fini che dialoga da un paio di anni con la Fondazione Italianieuropei di Massimo D’Alema in appositi seminari e corsi di formazione per giovani aspiranti politici di professione (si svolgono ad Asolo, provincia di Treviso). Proprio in alleanza tattica con il Pd, il triumvirato Fini, Rutelli e Casini potrebbe dar vita in prospettiva - ma quando? - a un “governo istituzionale” con il Pd o a un passaggio elettorale che poi preveda un accordo per le riforme istituzionali e una nuova legge elettorale. Una sorta di armistizio obbligato per liquidare il berlusconismo e i suo nefandi lasciti, evitando che l’eredità del berlusconismo finisca tra le braccia della Lega che Fini detesta.
Il presidente della Camera, secondo questa previsione, si alleerebbe tatticamente con il centro cattolico. Lui, però, non è un baciapile. Ha un’altra idea della destra rispetto a quella maggioritaria nel Pdl e nella Lega: guarda a Nicolas Sarkozy e alla tradizione dei conservatori repubblicani francesi con alla testa il generale Charles De Gaulle. Lui ha ormai chiuso una volta per tutte con la nostalgia littoria (lo scioglimento del Movimento sociale a Fiuggi risale al 1995) e vuole diventare il leader che fonda una moderna destra italiana laica, liberale senza radici fasciste, razziste o populiste. Fini è convinto che l’eclissi di Berlusconi, in qualunque momento si produca, tra mesi o tra anni, non si possa risolvere con la semplice nomina di un “successore”: serve una ristrutturazione della destra italiana. Ed è proprio a questo che lavora, sia dal punto di vista politico sia da quello culturale. Ma questa destra vagheggiata dal presidente di Montecitorio - ecco la vera domanda - esiste allo stato attuale in Italia? Il problema non è tanto che Fini sia stato neofascista fino al 1995, quanto che la destra italiana è marcata a pelle dal suo passato fascista, dalle trame nere degli anni Sessanta e Settanta, dall’assenza di una tradizione liberale o repubblicana. In Italia non è mai esistito infatti un partito liberal-conservatore sganciato dal rapporto organico con il mondo cattolico e vaticano, fornito di robuste connessioni europee, capace di raggiungere e mantenere un rilevante consenso elettorale (il Pri di Ugo La Malfa e il Pli di Giovanni Malagodi non hanno mai superato la dimensione da satelliti). Ecco spiegato perché, in mancanza di riferimenti nella storia italiana, a Fini piaccia molto la destra light di Fredrik Reinfeldt, primo ministro svedese dal 2006. E non si tratta di un innamoramento recente. Nell’ottobre del 2007 la Fondazione Farefuturo ha promosso un convegno dal titolo suggestivo: “La nuova welfare community. Il modello di centrodestra scandinavo”. Reinfeldt, leader del Partito moderato svedese dal 2003, ha 45 anni e un look sobrio. Nel programma della sua coalizione (Popolari, Partito moderato, Cristiano-democratici e liberali) non c’è nessun assalto al welfare più invidiato al mondo. Appena un taglio del 3 per cento alla pressione fiscale che assicura efficienti servizi, mentre il tradizionale sostegno pubblico ai disoccupati è stato ridimensionato solo in piccola parte.
L’altro problema, collegato alla mancanza di tradizioni liberal-conservatrici, con cui deve fare i conti Fini è l’inesistenza, almeno per ora, di una base sociale per il proprio progetto politico. Le sue posizioni su laicità, immigrazione, cittadinanza, etica, testamento biologico, omosessualità, rispetto delle regole, arrivano come un corpo estraneo alla base e all’elettorato di Pdl e Lega. Basta leggere i blog di quei due partiti, o quotidiani come Libero e Il Giornale, per verificare quanto siano odiati il presidente della Camera e il suo innovativo linguaggio politico. I ragionamenti di Fini non appartengono al lessico e alla cultura della destra beceramente populista.
In ogni caso, la scommessa di Fini appare ambiziosa e audace. Se riuscisse a contribuire alla prospettiva che la fine del berlusconismo coincida per l’Italia con l’avvio di una fisiologica dialettica democratica che ricalca quella del resto delle società europee, sarebbe un’impresa - senza esagerare - destinata a passare alla storia italiana. 12 marzo 2010
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