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Gioca con le parole e i suoni Luca Gemma. Look anni Settanta e una strana fusione tra folk e psichedelia per il suo quarto album Folkadelic
«Cercavo un titolo che rappresentasse il disco dal punto di vista musicale, una fusione di folk anglosassone anni Sessanta e incursioni sonore e disturbanti che sono la parte più psichedelica, suoni sognanti e arrabbiati», racconta il cantautore. e il suo album è un viaggio nel passato che racconta, in un certo senso, il nostro presente. Cantante, autore e chitarrista, Luca Gemma ha iniziato la sua carriera artistica con i Rossomaltese, la band milanese vero fenomeno degli anni Novanta. Una fucina di talenti, visto che da quella formazione è uscito anche un cantautore come Pacifico. «Eravamo anomali - spiega Gemma - è stato l’inizio delle cose fatte “seriamente” con molta dedizione e disciplina, era un periodo in cui c’era molto da suonare dal vivo con un fiorire di festival, locali. è stata una super palestra». E si sa che la palestra se fatta bene dà i suoi frutti. Poi sono arrivate le collaborazioni con Fiorella Mannoia, Malika Ayane, Patrizia Laquidara, Eugenio Finardi, Paolo Iafelice, Mauro Pagani e Gianni Maroccolo. Album da solista mai banali, realizzati con classe e dovizia. Con Funkadelic per Luca è giunta l’ora di sperimentare senza mai perdere l’aria pop e il piglio cantautoriale. Vaga tra i sogni alla ricerca di una felicità vista più come un convincimento interiore che aiuta a superare le difficoltà. Rieduca alla bellezza con “L’educazione sentimentale”, mentre in “Ogni cosa d’amore” lancia una provocazione: in Italia nessun cantante dichiaratamente gay ha avuto il coraggio di scrivere un pezzo sul suo amato. «Ogni storia d’amore arricchisce il mondo ed è degna di essere vissuta. Chi usa la canzone come forma d’espressione deve metterci dentro una forma di sincerità e mi stupisce che in un Paese omofobo come sta diventando l’Italia chi si trova in una posizione privilegiata perché amato e ha il suo pubblico, non ha questo moto di sincerità. Io non ho nulla da insegnare a nessuno. Il mio gruppo preferito degli anni Ottanta sono stati gli Smiths, le canzoni di Morrissey sono testi d’amore dichiaratamente gay ma le ho sempre percepite solo come storie d’amore bellissime e malinconiche».
Si passa al mondo del precariato con “Un miliardo” visto però da un’altro punto di vista, particolare, quello di un cantante. «è colui che ha sperimentato più a lungo e prima degli altri questa condizione, da questo punto di vista è arrivato un po’ più preparato degli altri alla situazione odierna. Nel testo parlo di una rapina, e concludo dicendo “perché l’arte dà i suoi frutti”. Ma molto spesso non è così, è molto difficile che l’arte dia i suoi frutti e faccia vivere l’artista un po’ più comodamente. Tutta la canzone è un po’ la proiezione di un mio desiderio. Ma alla fine non sono capace di fare una rapina e intimamente penso che sia una cosa che non si fa, un po’ come i bambini». A concludere l’album, una domanda per chiudere un lungo viaggio, una di quelle alla quale è difficile rispondere: “Sei felice?”. «è una questione di attimi - conclude - a volte sì a volte no. Mi rispondo anche dicendomi una bugia così mi autoconvinco ed evito di scavare troppo». di Pierpaolo De Lauro 12 marzo 2010
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