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Messinscena estetizzante del lettone Hermanin su un romanzo del polacco Iwaszkiewicz

Le signorine di Wilko, tratto dall’omonimo romanzo del polacco Jaroslaw Iwaszkiewicz (Kal’nik 1894 - Varsavia 1980) e messo in scena all’Argentina di Roma dal regista lettone Alvis Hermanis, descrive il sogno tipico d’ogni maschio: trovarsi come un satrapo nell’harem in mezzo a sei fanciulle che lo bramano, gli preparano marmellate, si vestono e si svestono a ogni pie’ sospinto, lo immergono in un mondo di calze, giarrettiere e reggipetti ricamati. Per ritemprare lo spirito e il corpo, niente di meglio di una settimanella da passare in un gineceo simile, a rimpinzarsi di erotismo come un degustatore di cognac in una distilleria francese. Tuttavia questa meravigliosa situazione capita nella vita di Wiktor e non in quella degli spettatori. Ora, si sa che a teatro noia più somma non v’è di assistere alla felicità di un personaggio quand’essa dura più di qualche minuto e non annuncia una bella catastrofe che risolleverà il morale del pubblico. È inutile che Hermanis dica che qui si parla di passato, di nostalgia, di malinconia e insomma di quegli stati d’animo nordici da aurore boreali che facilitano nell’anima slava la mania di suicidarsi (a proposito: com’è che i registi baltici, anche il supercelebrato lituano Eimuntas Nekrosius, amano così tanto illuminare la scena come un ossario? Più che a rimembrare le notti bianche dei loro settentrionalissimi lidi, v’è sempre il dubbio che l’abitudine provenga da un cattivo servizio delle aziende elettriche nelle loro città).

Qui Wiktor si diverte al posto nostro e si permette pure di fare l’indeciso fin quando una delle figliole finirà appunto per suicidarsi dentro l’armadio, gesto esagerato visto che il “gallo” non sembra Humphrey Bogart e se anche lo fosse, la maggior parte delle donne sa che sempre meglio d’una corda al collo è un aereo sul quale far salire il maschio. Hermanis però non ci può fare niente se Iwaszkiewicz ha piacere di raccontare questo genere di storie. Al massimo potrebbe evitare la solita operazione teatralmente zoppa di portare un romanzo sulla scena, anche se nel ’79 Andrzej Wajda ne fece un film che però, obbiettivamente, non è volato nell’empireo delle migliori pellicole del secolo. Però appare chiaro che il regista lettone aveva voglia di allestire due ore e quaranta minuti di estetismi, preziosità e belle immagini teatrali facilitate dai meravigliosi, e sensuali quanto le ragazze, abiti anni Quaranta (costumista è Gianluca Sbicca, bravissimo, un gusto infallibile). Ci sono infatti un po’ di buone idee qua e là, per esempio le teche di vetro, delle gabbie trasparenti, da usare per necessità varie, ballare, dimenarsi, fare l’amore. C’è tutto un intimismo sospeso e anch’esso estetizzante, un saturnismo filosofico che alla sostanza dice poco ma lo dice gradevolmente: come stare davanti a un caminetto a bioetanolo che non fa fiamma di legna però consola dalle finestre sul raccordo anulare. Tuttavia paragonare questo testo alla scrittura di Marcel Proust, come s’osa nel programma di sala, mette il buon umore addosso: vale quanto accostare Shakespeare a Scarnicci e Tarabusi.

Il pubblico della pomeridiana domenicale mette invece di cattivo umore: molti gli spettatori cafoni, non educati alla frequentazione dei teatri, che parlano durante lo spettacolo, si alzano intempestivamente, si agitano rumorosamente, producono tisici fracassi di tosse cavallina. Quando si hanno i bronchi male in arnese è bene rimarsene a casa di modo da guarire più in fretta e non disturbare i vicini di poltrona. Compagnia che segue con fiducia e mestiere il regista: Sergio Romano, Laura Marinoni, Patrizia Punzo, Elena Arvigo, Irene Petris, Fabrizia Sacchi e Alice Torriani.

di Marcantonio Lucidi

12 marzo 2010

 
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