Carriole, secchi e buona volontà. Le vittime del terremoto sfondano la zona rossa, spalano i rifiuti e differenziano i materiali. Per partecipare alla ricostruzione di Manuele Bonaccorsi e Alberto Puliafito
Per mesi sono rimasti in silenzio, storditi. Troppo affaccendati con le difficoltà della quotidiana vita da sfollati - i lunghi viaggi dagli alberghi della costa, l’attesa degli appartamenti costruiti dal governo, la fila per le elemosine della Protezione civile - per riuscire a guardare dall’alto cosa stesse accadendo alla loro città. Poi, d’un tratto, si sono svegliati dal lungo sonno. Forse a causa dell’inchiesta della Procura fiorentina, che ha levato la maschera a uomini e simboli a cui credevano: i volontari dai nastrini tricolore, l’efficientismo di Bertolaso e dei suoi uomini, le bandiere italiane e le camionette dell’esercito. Forse serviva solo un po’ di tempo, attendere che lo shock passasse per tornare in possesso di sentimenti che il governo era riuscito a sopire con una rodata strategia di marketing: curiosità, rabbia, desideri, bisogni. In una parola la volontà di decidere in prima persona. Di gridare lo scandalo di un’emergenza lasciata marcire, per concentrare telecamere e attenzioni sullo sventramento della campagna aquilana chiamato piano C.a.s.e.
Hanno scelto le domeniche, per violare il simbolo de L’Aquila ferita due volte, dal sisma e da chi il sisma l’ha gestito: il prezioso centro storico, orgoglio di tutti gli abitanti della città, chiuso da quasi un anno in una zona rossa dove il tempo è rimasto immobile. La prima domenica erano in trecento a violare i sigilli presidiati dall’esercito, per far vedere al mondo i cumuli di macerie della notte del 6 aprile, in un fragoroso pernacchio al “governo del fare”. La seconda erano in mille, ad appendere le loro chiavi di casa alle transenne presidiate dalle camionette. La terza domenica, il 28 febbraio, erano cinquemila. È stata la giornata del “popolo delle carriole”: questa volta non si tratta di un’azione simbolica. Si decide di “fare”, davvero. Una lunghissima catena umana inizia la rimozione delle macerie da piazza Palazzo.
Carriole, secchi e pale. Tute bianche, elmetto e mascherina. Decine di cartelli che recitano slogan: “SpaliAmo L’Aquila”. E tanta buona volontà. Francesco D’Orazio e Giusi Pitari, fra gli organizzatori dell’iniziativa, invitano a rispettare l’accordo preso con il sindaco Massimo Cialente e con la questura: gruppi di 45 persone a turno potranno entrare in piazza Palazzo per le operazioni di rimozione. Parte un breve corteo da piazza Duomo a piazza Palazzo, sfila davanti alle transenne con le chiavi appese la settimana prima. Le forze dell’ordine, schierate, guardano silenziose. Si alza la tensione. Qualche coro - “aprite, aprite” e “vergogna, vergogna” - e poi gli aquilani sfondano di nuovo il blocco. La zona rossa è violata per la terza volta in tre settimane.
Quel che segue, dopo qualche attimo di incertezza, ha dell’incredibile: si spala, sotto la guida di tecnici; si differenzia: mattoni, coppi, terriccio, ferro, altri materiali. Pale e carriole fanno il loro dovere. Due catene umane fanno passare di mano in mano secchi vuoti diretti verso piazza Palazzo, secchi pieni di macerie differenziate verso piazza Duomo. Gli aquilani tornano a essere cittadini della stessa città. Per mesi è stato loro impedito di far ogni cosa, cucinare, volantinare, svolgere assemblee. Di decidere in maniera partecipata sulla ricostruzione. Dal 6 aprile si sono limitati a ubbidire, sperare, chiedere. Alessandro Tettamanti, del Comitato 3e32, tuta bianca con su scritto “oggi mi riprendo la mia città”, carriola alla mano: «Siamo stati trattati come bambini. Oggi dimostriamo che possiamo fare da noi. E continueremo a farlo». Ora è finita, la cappa è spezzata. Sono già pronti i prossimi appuntamenti. Domenica prossima, ancora carriole. Sabato 6 marzo, 11 mesi dopo il sisma, una fiaccolata per chiedere verità e giustizia per i morti sotto le macerie della Casa dello studente, per «le vittime dell’illegalità». Con gli aquilani anche i familiari delle vittime della ThyssenKrupp, della frana di Giampilieri, dell’esplosione di Viareggio, i genitori dei bambini scomparsi in un altro orrendo crollo, nel 2001, a San Giuliano di Puglia.
Federica Beniamino trova fra le macerie il contratto di locazione del suo negozio, le sue calze, i libri contabili. Chi si è occupato dei lavori (il locale è letteralmente sventrato, ora) ha buttato tutto quel che c’era fra le macerie, senza avvisarla. Antonio Perrotti, architetto, commenta con soddisfazione la giornata, dall’alto del cumulo di macerie di piazza Palazzo che si assottiglia: «Finalmente L’Aquila si sveglia. Ci sono migliaia di disoccupati, qui. Istruiti, potrebbero proseguire in questo lavoro di recupero delle macerie». Non solo: «Differenziando in maniera sistematica, si potrebbe anche “scoprire” che l’ammontare delle macerie potrebbe essere facilmente trattabile in loco, senza ricorrere a forze esterne». La vecchia Aquila potrebbe essere una risorsa per la nuova. Una parte delle macerie viene simbolicamente scaricata davanti alla sede del Consiglio regionale. La controparte, dopo Bertolaso, oggi è Gianni Chiodi, presidente della Regione Abruzzo e commissario di governo. Coaudivato dall’architetto Enrico Fontana, responsabile per il centro storico, ex direttore generale dell’Ance, l’associazione confindustriale dei costruttori. Lo slogan è chiaro: “Rimuovere i commissari, riciclare le macerie”. Ma la politica pare non essere dello stesso avviso.
Seguendo il modello Bertolaso - che nel frattempo arriva a suggerire la candidatura de LAquila ai Giochi olimpici invernali del 2018 - il nuovo Commissario Chiodi ha convocato d’urgenza un “tavolo ambiente”, il 27 febbraio. Urgente, proprio così, a 11 mesi dal sisma. E annuncia: «Quello della rimozione delle macerie è un problema sempre più complesso ed enorme. Richiede un cambio di normativa da parte del governo che può garantire la rimozione complessiva delle stesse senza passare per una raccolta differenziata, questo per snellire i tempi e trovare una soluzione a questa emergenza. Inoltre vanno trovati con urgenza altri siti dove poterle depositare!». Ancora una volta, dunque, urgenza, emergenza, eccezione. Per derogare le norme e far pagare i costi ai cittadini. Perché una scorretta gestione delle macerie, 4,5 milioni di tonnellate, potrebbe creare gravi danni per il territorio. Lo stesso dove gli aquilani, oggi, pretendono di ricostruire il proprio futuro. 5 marzo 2010
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