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Il Sud come un cosmo dove convivono civiltà contadina e modernità incivile. Al centro dell’epos quotidiano di Franco Arminio
«Il mondo è pieno in ogni posto, anche in una piccola stanza c’è un’infinità di cose». Ed è bello stare nel mondo, nella sua «felice confusione», mescolarsi agli esseri e alle cose. Questa è la filosofia di Franco Arminio, ispirata probabilmente a Ovidio, alle sue storie metamorfiche, a quelle centinaia di favole e miti greci sulla trasformazione. Eppure, nota Arminio, o meglio il suo alter ego ipocondriaco e porno ansioso, l’altra sera in pizzeria con gli amici non c’è stato niente di tutto questo, nessuna mescolanza o incontro, nessuna grande festa né grande compassione. Così comincia la prima parte, diaristica, di Nevica e ho le prove (Laterza) di Arminio, nato in Irpinia e inventore di quella singolare scienza poetica che è la paesologia (nei paesi che lui scruta con un’«osservazione delirante», il mondo si svela meglio perché vi porta i suoi rimasugli). L’opera di questo autore, sia in versi che in prosa, ha un’inconfondibile vibrazione poetica, che deriva- credo - proprio dal contrasto tra desiderio di fusione cosmica e desolante realtà empirica della separazione. La forza dell’opera di Arminio consiste nel suo essere spericolatamente «esposta» (un aggettivo che lui stesso associa sempre alla vita e alla scrittura): esposta al dolore, alla precarietà, alla sventura ma anche al riconoscersi fraterno e a un gioioso contagio. In Viaggio nel cratere (Sironi) sosteneva, in modo sorprendente, che la globalizzazione del mondo equivale alla ruralizzazione: la società di oggi, proprio come quella contadina, è ossessionata dai confini, sprofonda nell’oralità e riconduce ogni trasgressione alla rassicurante fiction. Pochissimi scrittori ci hanno raccontato il Sud come Arminio, quella terra dove convivono civiltà contadina e modernità incivile, il mondo di Augé e quello di de Martino, laboratorio di un’«epoca sfinita e affaccendata». Contro il minimalismo dell’epoca lui rivendica il diritto a «ogni idea sacrale e ossessiva». La seconda parte è una Spoon River di viventi, che raccontano, ciascuno a suo modo, le proprie giornate nel paese e poi una serie di ritratti, e poi ancora miriadi di destini racchiusi anche in una sola frase («Nino Ambrosecchia arrivava sempre in anticipo agli appuntamenti. Morì piuttosto giovane», o «Gli mancavano tre denti. Se ne fece mettere cinque») e diecine e diecine di nomi e cognomi anonimi con brevi notizie accanto (per lo più decessi). Come se la scrittura, per quanto sempre franante, avesse la funzione di salvare dall’oblio l’umanità disfatta dalla morte e di rinominare tutte le persone, con puntiglio e precisione. A lettori che sembrano volere solo romanzi non so che impressione potrebbe fare un libro così frammentato e ibrido. Certo, in Arminio l’intelligenza - ansiosa, spaventata, sempre acutissima - diventa stile. Ma a questo punto non ha più bisogno di raccontarci storie. Si limita a registrare la superficie mostrandocela da un’angolazione insolita e straniata. Quello che vede può riassumersi in un apologo o in un aforisma: «Secondo me il problema del mondo è il giorno dopo: Tutto quello che accade diventa inutile il giorno dopo». di Filippo La Porta 5 marzo 2010
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