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Il funambolico chitarrista, stella di prima grandezza nel circuito mondiale, racconta le sue ultime fatiche. E dell’insensibilità della nostra stampa specializzata
Per mestiere imbraccia una Fender, nel suo ultimo disco canta di una storia amore recente (intensa ma finita male) e alcune sue registrazioni sono state risucchiate a New Orleans dall’uragano Katrina. La sua residenza però non è in Louisiana ma nella Valpolicella. Artista di razza, il sessantenne Rudy Rotta, uno che ha solcato ogni mare del blues, da Kansas City a Montreux, suonando al fianco dei più grandi: B.B. King, Allman Brothers, John Mayall, Brian Auger, Robben Ford, Peter Green, Luther Allison. Tutti amici suoi. Una carriera luminosa che procede dalla fine degli anni Ottanta e che ha ottenuto come fiore all’occhiello il riconoscimento che ogni chitarrista sogna: la propria firma sulla mitica Fender Stratocaster. La “Rudy Rotta signature” è un pezzo raro. Anche perché in Italia non è stata prodotta e commercializzata. Niente mercato, ahimè, per questo dio dell’Olimpo del blues mondiale. «Se fossi Stevie Ray Vaughan sarebbe tutto facile ma qui in Italia Rudy Rotta è un artista di nicchia, che nemmeno la stampa musicale si scomoda a coprire - racconta il bluesman -. Il distributore italiano della Fender non ha ritenuto di avere abbastanza mercato per giustificare l’investimento nella chitarra con la mia firma. Cosa ci posso fare? Anche la Ernie Ball, numero uno delle corde, mi ha scelto come endorser, dedicandomi un plettro firmato. Si vede che, anche se hai ottenuto tutti i risultati possibili in un campo e hai fatto le crociere nei Caraibi con Etta James e Taj Mahal, non è sufficiente». D’altronde l’artista non è come uno sportivo, che, se vince, ha raggiunto il suo obiettivo. L’arte è sempre in discussione e la vita di chi fa musica è segnata da ingiustizie, insoddisfazioni e sofferenze. Anche e soprattutto personali. Altrimenti cosa ci sta a fare il blues qui tra di noi? Limpida testimonianza è l’ultima pubblicazione di Rudy Rotta, Blue inside. Una copertina eloquente, con la mascherina della sua chitarra a rappresentare il cuore spezzato. «L’ispirazione è venuta da una vicenda amorosa, un momento particolare che non vivevo da anni. E che ha lasciato un segno. L’ho messo in musica con le sonorità dure e crude del rock, scegliendo una via diversa dai miei lavori precedenti, ben più soft». Genuinità è la parola corretta per definire il principio che motiva il mestiere di questo fuoriclasse. La sensualità è invece il parametro preferito da Rotta per identificare chi fa musica per davvero e chi no. Quella sensualità che fa rizzare i peli sulla pelle e che è stata ormai abdicata dalla scena attuale, divisa tra ultrafanatici nostalgici e cadaveri ambulanti dediti solo a operazioni commerciali. «La musica deve essere vera, le megaproduzioni pop non sono musica. Blue inside è stato registrato interamente dal vivo, non ci sono ritocchi: è rimasto tutto così, come lo abbiamo suonato. è un disco autentico e sincero». Sincero come Rotta che non pretende di aggiungere nulla alla tradizione blues (almeno a quel periodo felice tra gli anni Cinquanta e Settanta), custodendone però le emozioni, a differenza di quegli artisti che agli esordi «sono pieni di grinta e, raggiunto il successo, diventano gentlemen noiosi». di Diego Carmignani 5 marzo 2010
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