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Una griffe non fa spettacolo Stampa E-mail
Appuntamento a Londra, commedia mediocre del grande scrittore sudamericano Mario Vargas Llosa

Siccome l’epilogo rischia di essere prevedibile fin quasi dall’inizio (un finale “telefonato” come si dice), Mario Vargas Llosa cerca di imbrogliare un po’ le carte e trasforma un testo di impronta naturalistica in un dramma soggettivo. Procedimento letterario che sulla scena funziona male e che denuncia l’idea di fondo dello scrittore sudamericano sul teatro: non azione ma chiacchiera, non rappresentazione ma narrazione dialogata. Come noto a tutti gli artisti di teatro, in scena non si recitano i sentimenti - l’amore, l’odio, l’amicizia, la compassione - ma si interpretano personaggi che li provano e si rappresentano le conseguenze, le storie, i conflitti generati da quei sentimenti.
Appuntamento a Londra (in scena alla Cometa di Roma), protagonisti David Sebasti e Pamela Villoresi, è un duetto fra un uomo, Chispas, e una donna, Raquel, caratteri tagliati con l’accetta: lui è un businessman arricchito e lei un transessuale che si chiamava Pirulo e poi ha cambiato sesso. I due personaggi erano stati amici inseparabili durante l’adolescenza senza che Chispas sapesse delle tendenze omosessuali del compagno di avventure giovanili. Poi non si videro mai più a seguito di un approccio intimo del giovane Pirulo che aveva provocato la violenta reazione di Chispas. Sono passati gli anni e in un albergo di Londra Raquel si presenta al businessman spacciandosi per la sorella di Pirulo. Tutta la conversazione, circa un’ora e mezza di spettacolo, è il disvelamento progressivo dell’identità di Raquel. E siccome su una storia così in effetti non c’è troppo da inventarsi - a meno di non fare teatro, ossia azione e quindi costruire un dramma - i personaggi sono schematici e bloccati in caratteri fissi: lui si mostra continuamente arrabbiato e sorpreso, lei sempre ambigua e intrigante. Un gioco che Vargas Llosa mena per le lunghe, al punto che a tre quarti d’ora dall’apertura del sipario, lo spettatore si sente autorizzato a chiedersi cosa diavolo mai vuole dall’uomo d’affari questa signora di mezza età. Non è colpa di Sebasti né di Villoresi, i quali anzi cercano di dare un qualche ritmo alla loro prova. Tuttavia quando i personaggi mancano vengono fuori le persone, ossia gli attori in cerca di personaggi. Il regista Maurizio Panici, che evidentemente sa delle pecche di una simile commediola, cerca di “arredare” il testo con degli artifici, ad esempio la proiezione delle immagini oniriche di Chispas su di un tulle bianco. Si tratta di trucchi che addirittura infastidiscono al pari dell’eccesso di salsa sul pesce di dubbia freschezza.

Evidentemente lo spettacolo nasce dal fatto che Vargas Llosa rappresenta una firma nel mondo della letteratura e che allestire un suo titolo può risultare un evento culturale. Ma se anche l’autore già in passato ha scritto per la scena, resta un letterato che non dà dimostrazione di avere padronanza con le strategie di comunicazione teatrale. Tuttavia la sua responsabilità di artista non sta nella stesura di una commedia mediocre e verbosa, sta nel fatto che l’importanza del suo nome induce gli spettatori non addentro alle cose del teatro a credere che Vargas Llosa offra un livello elevato di scrittura drammaturgica. E concluderà che se questo è lo spettacolo di una griffe della letteratura, figuriamoci qual può essere la qualità delle opere di autori meno rinomati. Difficile spiegargli la differenza che separa il mestiere di un drammaturgo vero, di un bravo uomo di spettacolo, anche se non mondialmente celebrato, e il dilettantismo teatrale di un grande romanziere e intellettuale che però non mostra perizia nella costruzione un’azione teatrale e nel governo di un personaggio sulla scena.

di Marcantonio Lucidi

5 marzo 2010

 
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