Con Mi ritorno in mente, Edoardo Boncinelli tenta di aprire le porte della genetica all’identità umana di Livia Profeti
Mi ritorno in mente (Longanesi editore) è un lavoro complesso, che da una parte presenta una sintesi dello stato attuale delle neuroscienze sul rapporto di ciò che chiamiamo “mente” con il cervello e con l’intero corpo umano, mentre dall’altra propone una serie di riflessioni e proposte teoriche sulla possibilità di affrontare scientificamente l’io, ovvero l’identità del soggetto, tema che rimane ancor oggi un’incognita per la scienza, come dalla trattazione emerge con onestà appunto scientifica. Sin dall’introduzione Boncinelli afferma che «nel quadro delle moderne neuroscienze non si trova alcuna struttura funzionale biologica che possa corrispondere a un ipotetico io» ma lo scenziato rifiuta di optare per una delle due più comuni risposte alternative a questo stato di fatto: negare l’esistenza che un qualcosa come l’io esista, oppure farne una sorta di «istanza superiore di sapore vagamente metafisico».
Per conservare l’approccio sperimentale, egli propone di oggettivare l’io trasponendolo in terza persona, nominandolo Sé ed escludendo i propri vissuti, ovvero ciò che può essere esperito solo «dal di dentro». Lo scienziato cerca quindi quanto, «dal di fuori», è comune a tutti i Sé del mondo e suggerisce che il segreto per uno studio della nostra mente potrebbe essere quello di «prendere il carattere manifestamente immateriale di questa nostra attività interna e spersonalizzarlo e quasi oggettivarlo per metter insieme il concetto corrente di mente come attività intellettuale, come potenzialità costantemente in azione». Una scelta metodologica per oltrepassare il problema rappresentato dal fatto che questo campo di ricerca è denso di termini che al contrario sono per definizione soggettivi, nel senso che si riferiscono a concetti che originano dall’interno di noi stessi: pensare, sentire, amare, ragionare, eccetera, non sono attività che noi percepiamo fuori di noi, bensì nella nostra interiorità, la cui unica “oggettività” è data dal fatto che le presupponiamo esistenti in tutti gli altri.
La scienza della mente comporta quindi un problema che non si presenta in nessun’altra ma secondo l’autore questo non è un buon motivo per avallare il diffuso atteggiamento rinunciatario di «persone o istituzioni che traggono vantaggio dall’esistenza di un problema del genere e che insistono volontariamente a mantenere i termini poco definiti e più vaghi possibile, allo scopo, francamente indisponente, di dimostrare che certe cose non le potremo mai comprendere». Infatti, nonostante negli ultimi due-tre secoli ci si sia allontanati da una visione strettamente religiosa, il concetto di mente rimane in realtà un «duplicato secolare dell’anima», in quanto si è finito per spostare su di esso molti degli attributi di quella: «Sono pochi infatti [coloro] che ritengono il cervello più che sufficiente a espletare le funzioni cognitive».
La posizione di Boncinelli in proposito potrebbe dirsi quella di un materialista non riduzionista e anche, per così dire, di un razionalista moderato. Da un lato egli rifiuta di uscire dall’ambito della materia per analizzare le attività psichiche, cui al contempo non nega l’importanza anche a fini non strettamente «materiali»; dall’altro il suo lavoro, pur essendo in gran parte dedicato allo studio dei processi coscienti, presuppone l’esistenza di una mente umana «della quale la coscienza è solo una parte o, se si preferisce, uno stato o una funzione». Nelle attività mentali analizzate nel libro viene infatti messo in evidenza come le conoscenze scientifiche attuali rivelino che in esse sia per lo più in opera un ininterrotto lavorio non cosciente: «Noi siamo molto poco consapevoli di cosa effettivamente accada nella nostra testa».
Allo scopo di superare il dualismo mente-corpo, Boncinelli propone di sostituire la cartesiana distinzione tra res cogitans e res extensa con quella tra res dividua e res individua, intendendo con la prima la capacità della materia di essere suddivisa in parti, e con la seconda ciò che egli definisce la sua contropartita immateriale, invece indivisibile: «Tutto ciò che siamo capaci di osservare con la razionalità e magari collettivamente è divisibile, separabile, smontabile e quindi alla lunga comprensibile nella sua articolazione. Questa è una proprietà della riflessione, della memorizzazione e del pensiero astratto. Ma il mondo interiore di ciascuno di noi non è strutturato prima facie così. Il vissuto immediato è continuo e prepotentemente unitario».
Accanto al carattere dell’unitarietà, la mente umana possiede la proprietà della continuità nel tempo, che per lo scenziato è garantita dall’esistenza degli eventi psichici inconsci: «Se la coscienza è una collezione di episodi separati di breve durata, che cosa ne è della mia interiorità e del mio stesso io, che sembra addirittura dissolversi? La risposta è semplice: la sua continuità è garantita dal complesso dei processi paralleli che interessano continuamente il nostro sistema nervoso centrale e più in generale il nostro corpo, e che sono all’opera in ogni circostanza, anche durante il sonno». Nel quarto e ultimo capitolo l’autore torna a quell’io personale che aveva inizialmente messo da parte. Ritenendo di aver dimostrato che sia fattibile studiare le caratteristiche oggettivabili del Sé, Boncinelli manifesta un certo pessimismo sulla possibilità che sia possibile comprendere la propria interiorità, il contenuto specifico del proprio io. Uno dei motivi principali di tale scetticismo è che «si dà scienza solo dei fenomeni riproducibili - e io non lo sono - (…) Insomma io non sono oggettivabile». Sotto questo aspetto, secondo l’autore, un essere umano si trova completamente solo: «Se una donna non mi vuole, se una donna mi la lasciato, se mi ha tradito o semplicemente non mi capisce, che cosa posso almanaccare? A quale pagina di questo volume mi posso riferire? (…) Il dolore, il rimorso, l’orgoglio ferito sono miei e solo miei».
Riteniamo che sebbene quest’ultima affermazione sia condivisibile, l’impossibilità della conoscenza (e con essa della trasformazione) di tali stati d’animo non lo sia, e quindi da questo punto di vista non è vero che gli esseri umani siano soli. Il problema epistemologico che un tale tipo di conoscenza pone alla scienza è però quello del superamento del paradigma soggetto-oggetto che lo stesso autore ha assunto nei capitoli precedenti, per includere la possibilità anche di una conoscenza soggetto-soggetto, ovvero specificamente interumana. Ci auguriamo dunque che la strada intrapresa da Boncinelli prosegua attraverso il confronto con le più avanzate acquisizioni di teoria e prassi psichiatriche, basate sul pensiero non cosciente per immagini che insorge alla nascita dalla nostra biologia. Ci auguriamo cioè che si realizzi quanto già auspicato dalla neonatologa e psichiatra Maria Gabriella Gatti, ovvero l’integrazione tra neuroscienze e psichiatria, che si rende «possibile fuori da ogni prospettiva ideologica e religiosa proprio a partire dalla nascita». 26 febbraio 2010
|