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L’incognita iraniana Stampa E-mail
Ahmadinejad rafforza la presenza nel continente. Una strategia che va dal coordinamento militare alla cooperazione. Chávez gli invia gli auguri per la rivoluzione islamica e Lula lo incontrerà a maggio
di Gloria Ravidà

E giunsero anche gli auguri. In occasione del trentunesimo anniversario della rivoluzione Islamica, Hugo Chávez ha inviato un «solidale saluto» al suo omologo iraniano Mahmud Ahmadinejad e al popolo iraniano che, afferma il leader bolivariano, si è «liberato dopo trent’anni dalla sottomissione all’Impero che voleva accaparrarsi le riserve di petrolio per sviluppare il suo modello economico distruttivo». Il Venezuela, dunque, «comprende perfettamente l’Iran, perché è impegnato nella stessa lotta per la sovranità». Non è solo retorica quella di Chávez, le sue parole giungono proprio mentre la comunità internazionale è alle prese con il programma nucleare iraniano. Dal coordinamento militare con Bolivia, Venezuela, Ecuador e Nicaragua a quello economico attraverso la cooperazione in diversi settori (l’Iran ha siglato accordi con la Bolivia e l’Ecuador per lo sviluppo dell’industria leggera, agricola e dei giacimenti minerari), al progetto con cui Teheran finanzierà con 4 miliardi di dollari la costruzione di una piattaforma petrolifera nel delta dell’Orinoco: è dal 2006 che la presenza iraniana nel continente si sta rafforzando. E questo preoccupa sia Washington che Israele.

«Siamo coscienti dell’intenzione iraniana di promuovere alleanze con alcuni Paesi come Venezuela e Bolivia e questa è una cattiva idea», aveva ammonito a dicembre il segretario di Stato Hillary Clinton. Ma questo monito non ha fermato i Paesi dell’asse bolivariano che sostengono il diritto di Teheran di sviluppare energia nucleare a scopi civili. Perfino il Brasile di Lula, attualmente membro non permanente del Consiglio di sicurezza Onu, si è dissociato dalla condanna al programma nucleare iraniano. «Non siamo mai stati d’accordo con le armi nucleari, non vi è dubbio su questo. L’Iran però, come altri Paesi del mondo, ha il diritto al nucleare pacifico», ha dichiarato recentemente il ministro degli Esteri brasiliano Celso Amorim. Non solo i Paesi radicali latinoamericani, dunque, ma anche quelli più moderati pongono un freno alla politica di Obama verso l’Iran, schierandosi contro eventuali sanzioni economiche. In questi giorni alcuni media locali hanno annunciato la visita di Lula in Israele a metà marzo, e in Iran a maggio. Dall’ambasciata brasiliana a Roma non confermano: l’agenda del presidente è molto fitta. Del resto non è un viaggio semplice, va preparato bene. Lula deve riuscire a mantenere buone relazioni con Israele nonostante l’appoggio al programma di Teheran e ascoltare anche l’opposizione iraniana. Come il Nobel per la Pace Shirin Ebadi, avvocato iraniano, che ha già mandato un messaggio a Lula: «Se viene soltanto per incontrare Ahmadinejad e per firmare accordi economici sarebbe un gesto contro i diritti umani e la democrazia». Ma all’inquietudine per la presenza iraniana in America Latina si uniscono anche le preoccupazioni per l’influenza di Hezbollah e di al Qaeda in aree calde come quella della Triple frontera, la famigerata regione di confine tra Argentina, Brasile e Paraguay. Per Doris Shavit, direttrice per gli affari dell’America Latina del ministero degli Esteri israeliano «cellule di Hezbollah operano nella Triple frontera e questa tendenza si sta allargando anche in zone come l’isola Margarita, in Venezuela, e il dipartimento di Guajira in Colombia».

Non solo, ma a preoccupare gli israeliani c’è anche il volo settimanale tra Caracas e Teheran, con scalo a Damasco che non trasporterebbe turisti bensì «altri tipi di persone che appena arrivano a Caracas ottengono documenti con cui circolare in qualunque paese dell’America Latina». L’obiettivo sarebbe un fronte comune tra Iran, Hezbollah e le Farc per comprare armi e colpire Israele. Secondo analisti del calibro di Ely Karmon, docente all’Istituto internazionale per il contro-terrorismo di Herzlya in Israele ed esperto di terrorismo internazionale, dopo l’11 settembre, sotto le pressioni degli Usa, i governi locali della Triple frontera e altri, come il Cile e la Colombia, stanno monitorando la zona e hanno scoperto una «parte attiva della rete di Hezbollah nel continente». Per molti esperti, la presenza del partito politico sciita libanese sarebbe anche dietro una delle stragi più crudeli della storia del continente latinoamericano: l’attentato contro l’Associazione di mutua assistenza israelo-argentina di Buenos Aires (Amia) del 1994, in cui persero la vita 85 persone e altre 300 rimasero ferite. Un processo lunghissimo che, proprio la settimana scorsa, ha segnato una svolta importante con l’accettazione dell’Iran di esaminare con Buenos Aires la possibilità di svolgere in un Paese terzo il processo contro cinque ex alti funzionari iraniani accusati da un tribunale argentino di aver pianificato e organizzato l’attentato.

Ma in questi giorni un’altra notizia ha fatto riaffiorare le polemiche sul ruolo dell’Iran in America Latina. Il segretario di Stato Usa Hillary Clinton ha ancora una volta accusato Hugo Chávez di essere il ponte tra Ahmadinejad e il presidente ecuadoriano Rafael Correa, precisando che gli iraniani hanno investito più di 20 miliardi di dollari nel continente. Il 18 febbraio il Gruppo di azione finanziaria contro il riciclaggio di capitali (Gafi), organismo intergovernativo che ha per obiettivo elaborare e promuovere strategie di lotta contro il riciclaggio di denaro e il finanziamento del terrorismo, ha inserito l’Ecuador nella lista nera dei Paesi che, insieme a Corea del Nord, Iran, Angola e Etiopia, rappresenterebbero un rischio per il sistema finanziario internazionale. Secondo l’organismo, Quito dovrebbe «applicare procedure adeguate per la confisca dei fondi relativi al riciclaggio di denaro e per individuare e congelare i beni delle organizzazioni terroristiche». Apriti cielo.
«Adesso siamo quelli che finanziano il terrorismo nel mondo e questo per le relazioni che abbiamo con l’Iran? È una barbarie: l’Ecuador non è una colonia», ha tuonato Rafael Correa.
Quito e Teheran hanno firmato nel 2008 un protocollo per finanziare progetti per 120 milioni di dollari. Secondo alcuni analisti questo è il primo passo per la costruzione in Ecuador di una banca per lo sviluppo internazionale di proprietà iraniana, simile a quella che opera in Venezuela da due anni.

Ma cosa cerca Ahmadinejad in America Latina? Gli analisti sono divisi. Andrés Oppenheimer, editorialista del The Miami Herald, non esclude la possibilità che Caracas elabori un programma di armi nucleari con Teheran, mentre per Ely Karmon, il presidente iraniano sta cercando l’appoggio del continente latinoamericano per far fronte alle pressioni degli Stati Uniti e dell’Europa e, tra le altre cose, avere una posizione più forte per negoziare con Obama.
Qualunque sia la strategia iraniana, un dato è certo: Chávez non molla. Pochi giorni fa ha annunciato di voler creare un organismo da contrapporre all’Osa, l’Organizzazione degli Stati Americani, da cui dovranno restare fuori gli Stati Uniti e il Canada.

26 febbraio 2010

 
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