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Niger, colpo di Stato democratico Stampa E-mail
In Niger i militari destituiscono il presidente Tandja «per ripristinare la legalità». Sospesa la Costituzione ma non i contratti sull’uranio. Per la gioia di Parigi
di Paola Mirenda

Mamadou Tandja è stato arrestato, la Costituzione deve intendersi sospesa». Martedì 16 febbraio, alla chiusura del vertice della Comunità economica dell’Africa dell’Ovest (Cedeao), i leader presenti avevano ribadito la necessità di impegnarsi per la pace e la sicurezza nella regione, minacciata da numerose crisi sociali e politiche. Giovedì 18 febbraio il colpo di Stato in Niger ha confermato che sono i conflitti, e non la stabilità, a farla da padrone anche in quella che veniva considerata una delle zone meno turbolente dell’Africa. «La democrazia che credevamo di aver ormai conquistato rischia di sfuggirci di mano», aveva dichiarato martedì Goodluck Jonathan, neo presidente della Nigeria, subito dopo aver ricevuto l’incarico di guidare per il prossimo anno l’organizzazione. Il riferimento era alle tante crisi aperte nel continente, e soprattutto ai dossier che riguardano tre Paesi della Cedeao: Niger, Guinea, Costa d’Avorio, tutti momentaneamente sospesi dalla Comunità proprio per  “difetto di democrazia”.

La Guinea, dove la settimana scorsa si è formato un governo di transizione, è forse l’unico dei tre Paesi che potrebbe aspirare a una riammissione in seno all’organizzazione, se le elezioni per sanare il colpo di Stato del dicembre 2008 si svolgeranno nei tempi e nei modi previsti e se, soprattutto, non daranno luogo a nuove violenze.
Anche la Costa d’Avorio ha da pochi giorni un nuovo governo ma in questo caso non è una buona notizia: il rimaneggiamento dell’esecutivo voluto dal presidente Laurent Gbagbo, con la complicità del suo ex nemico e primo ministro Guillaume Soro, mira a far fuori politicamente gli oppositori, non a creare il clima di consenso che l’Onu ritiene necessario per poter organizzare la prossima consultazione elettorale. Prevista dall’Accordo di pace di Ouagadougou, viene costantemente rimandata da ormai cinque anni: l’ultimo spostamento di data è del novembre scorso, e nessuno spera più che sia possibile andare alle urne prima dell’estate. Se tutto va bene, se ne parlerà per il prossimo anno, se prima non si muoveranno le armi.
In questo contesto, il colpo di Stato in Niger, il terzo nella storia del Paese dopo quelli del 1974, 1996 e 1999, suscita solo fino a un certo punto stupore o indignazione. A preoccupare è più la modalità in cui si è svolta la destituzione di Tandja che il suo allontanamento dal potere. L’ammutinamento è stato rapido, pochissima la resistenza, tranquilla la popolazione. Come se tutto fosse stato provato e riprovato mille volte o come se l’esito fosse scontato in partenza.

Inevitabile che tutti guardino
alla Francia e alla sue reazioni. Del resto, tra i primi a dare la notizia del golpe è stato un diplomatico francese sul posto. La Francia sapeva quello che stava per succedere? Non è un mistero che la permanenza al potere di Tandja, nonostante i brogli dell’ultimo anno (l’imposizione di un referendum sulla modifica della Costituzione che gli consentiva di reiterare il suo mandato, lo scioglimento della Corte costituzionale che vi si era opposta, le elezioni farsa di dicembre) sia stata finora garantita dall’Eliseo, i cui interessi nel Paese sono tanti e profondi. Se il colpo di Stato è arrivato all’insaputa del Quai d’Orsay, c’è da aspettarsi che la Francia utilizzi tutto il suo peso in seno all’Onu e all’Unione europea per ribadire quali sono i rapporti di forza con quella che resta, comunque, una sua ex colonia. Se invece Parigi era a conoscenza delle intenzioni di quella parte dell’esercito che ha occupato il palazzo presidenziale, sarà più facile che arrivi  una soluzione soft, simile a quella adottata meno di due anni fa in Mauritania.

Anche a Nouakchott,
dove gli interessi internazionali erano geopolitici più che economici, il colpo di Stato militare dell’agosto 2008 aveva suscitato uno scontato sdegno iniziale dell’Occidente. Poi, a riflettori spenti, sono state organizzate nuove elezioni, come chiesto dalla comunità internazionale. A vincerle, il generale golpista che aveva destituito il legittimo presidente. Ma nessuno ha avuto nulla da ridire: le sanzioni sono state abolite, tutti si sono detti «soddisfatti». L’importante era che la consultazione si fosse svolta, e che “formalmente” la democrazia avesse trionfato.
Per il Niger si potrebbe prospettare lo stesso percorso? Probabilmente sì, soprattutto perché Tandja era diventato molto impopolare, come dimostrano le manifestazioni di questi giorni a sostegno del golpe. I militari, che hanno già promesso lo svolgimento di nuove elezioni per «restituire il potere al popolo»,  potrebbero anche essere considerati “restauratori” e non distruttori della democrazia. Parigi si garantirebbe così un presidente altrettanto amico ma meno screditato, per continuare i suoi affari.

Che non sono da poco,
visto che il Niger è miglior partner commerciale di Areva, la società francese a partecipazione statale, leader nel settore del nucleare. L’uranio di cui è ricco il Paese ne fa un alleato strategico per l’economia francese, poiché quello dell’atomo è l’unico settore veramente trainante per Parigi. «Rapporti stretti e privilegiati» vengono definiti dal ministero degli Esteri quelli con Niamey, e le visite reciproche tra esponenti dei governi lo dimostrano. Per l’ultimo contratto siglato da Areva nel Paese - gennaio 2009, miniera di Imouraren - si è scomodato persino Nicolas Sarkozy, volato nella capitale nigerina per ringraziare Tandja due mesi dopo la firma. E alla posa della prima pietra della miniera c’era il vice ministro Alain Joyandet, sottosegretario alla Cooperazione e alla francofonia. La concessione di Imouraren, la più grande di tutta l’Africa, è stata a lungo perseguita, e la Francia l’ha ottenuta con un accordo vantaggioso, che consegna ad Areva i due terzi della produzione, contro un investimento iniziale di 1,2 milioni di euro. Il Niger diventa così il secondo produttore mondiale di uranio, e il maggior fornitore della Francia. Nel 2008 Areva ha estratto 6.300 tonnellate di uranio e la metà provenivano da Niger. Una dipendenza che potrebbe ulteriormente crescere ma che è reciproca: gli investimenti della società francese nel Paese rappresentano infatti il 5 per cento del Pil nigerino.

Ma qualcosa si è poi rotto
nelle relazioni tra i due Paesi: il “colpo di Stato istituzionale” di Tandja della scorsa primavera, con la dissoluzione del governo e della Corte costituzionale, ha fatto finire la Francia nell’occhio del ciclone. I gruppi per la tutela dei diritti umani hanno protestato a lungo contro l’acquiescenza dell’Eliseo nei confronti del presidente nigerino (che peraltro dalla sua elezione non si è mai recato in Francia, sottolineando così chi detiene il potere), costringendo Sarkozy a una reazione. All’Eliseo si sono avvicendati i membri del governo di Niamey, dal premier Ali Badjo Gamatie a ministri come Aïchatou Mindaoudou, titolare degli Esteri. Se per «dare spiegazioni», come scrive il sito del Quay d’Orsay, o per ricevere consigli, non si sa. Si sa invece che questo andirivieni non è piaciuto a Tandja, che ha tentato di far pressione su Parigi rivolgendosi al nemico numero uno della Francia in Africa, la Cina.
Pechino, che ha soppiantato Parigi nel cuore (economico) delle ex colonie, non si è tirata indietro di fronte alla prospettiva di ottenere uranio per le sue centrali - vendute alla Cina dalla stessa Areva nel 2007 per 20 miliardi di euro. Ma quando Tandja ha teso la mano all’Iran, progettando un viaggio a Teheran entro la fine dell’anno, Sarkozy ha detto basta. L’8 febbraio ha ammonito il presidente: «Attenzione a stringere accordi con Ahmadinejad». Nessuna risposta da Niamey. Dieci giorni dopo, il golpe.

26 febbraio 2010

 
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