Il Vaticano non riesce più a nascondere le violenze pedofile commesse da prelati e suore. In Italia almeno ottanta i sacerdoti incriminati. E don Di Noto avverte: attenzione ai seminari minorili di Federico Tulli
La vita umana va difesa sempre, dall’inizio del concepimento fino alla conclusione naturale». Sono le parole pronunciate il 13 febbraio scorso da Benedetto XVI di fronte all’assemblea generale della Pontificia accademia per la vita. Diversamente da quanto si potrebbe pensare (o sperare) il monito del pontefice non era diretto agli uomini e alle donne appartenenti alla Chiesa cattolica che in Italia e nel mondo si sono resi responsabili di crimini pedofili nei confronti di decine di migliaia di minori. No. Il papa era ferocemente preoccupato che i medici e gli scienziati non usino il proprio sapere per tentare di curare le più gravi malattie genetiche facendo ricerca sulle cellule staminali embrionali. E dunque, alludendo al nazismo, parlava a nuora (i vescovi) perché suocera (il governo italiano, l’unico che ancora presta ascolto) intendesse: «No a quegli Stati che pretendono di legiferare anche su questioni etiche, un pericolo già ampiamente condannato dalla storia». Il senso è chiaro: di cose “morali” se ne deve occupare la Chiesa. Ma da quale pulpito? Tre giorni dopo, il 16 febbraio, un nuovo monito del papa: «La pedofilia è un crimine contro Dio». Così titolano il 17 febbraio Avvenire e, curiosamente, anche le due principali testate nazionali Repubblica e Corsera. Questa volta il parterre del pontefice è composto dai 24 vescovi delle diocesi d’Irlanda. Convocati in Vaticano per far fronte al terremoto causato dal Rapporto Murphy che ha sconquassato la Chiesa dell’isola britannica.
Non un giornale, non un politico ha evidenziato l’incongruenza. Non una critica si è levata. Di fatto, secondo il papa la “vita” di una cellula ha più valore di quella di un bambino. La ricerca scientifica uccide l’embrione, il prete pedofilo «ferisce» (questa la parola usata dal pontefice) il minore violentato. Una differenza qualitativa che in effetti dà ragione a Benedetto XVI quando ammonisce gli Stati che pretendono di legiferare su questioni etiche. Vaticano compreso? Rispondono i fatti. Porta la firma dell’allora cardinale Ratzinger, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, il De delicti gravioribus, la “lettera” spedita nel 2001 ai vescovi di tutto il mondo in cui rinnova quanto riportato nel Crimen sollicitationis del 1962: di giudicare i «gravi delitti contro la morale» commessi «da un chierico con un minore al di sotto dei 18 anni di età» se ne occupa la Congregazione. E poi ancora: «Le cause di questo genere sono soggette al segreto pontificio». Per via di quella firma, nel gennaio 2005, il tribunale di Houston citò il futuro papa a comparire in una causa civile che vedeva la diocesi locale accusata di “coprire” un prete pedofilo. Divenuto capo di Stato, invocata l’immunità, poi ottenuta da George W. Bush, Ratzinger ha evitato il tribunale. Ma non che oltreoceano venisse per la prima volta reso pubblico il contenuto del Crimen. E non sorprende che sia partita dagli Usa l’onda lunga degli scandali che nell’ultimo decennio hanno portato alla luce migliaia di delitti pedofili commessi da preti e suore a partire dagli anni Cinquanta. In Italia, il Crimen, tanto più il De delicti gravioribus, praticamente non “esiste”. Solo una volta è arrivato in tribunale (vedi left n.3/2009) ma non è stato ammesso come prova del fatto che la Chiesa da decenni si sia organizzata per mantenere il più possibile nascosto il dilagare di violenze pedofile nel clero. Ora che non è più possibile far finta di nulla (tranne da parte delle nostre istituzioni che pendono dalle labbra delle gerarchie cattoliche) qualche preoccupante crepa anche nel nostro Paese comincia a manifestarsi.
«L’Italia non è immune dal triste fenomeno dei preti pedofili», ha detto don Fortunato Di Noto chiamato da Radio vaticana a commentare la linea della “tolleranza zero” ora imposta dal papa ai vescovi dell’Irlanda. «In questi ultimi 10 anni - ha spiegato il fondatore dell’associazione antipedofili Meter - circa 80 sacerdoti sono stati coinvolti. O perché denunciati o perché già processati e condannati. È un fenomeno che esiste, è un fenomeno che c’è, nessuno può dire che non sia così». Poi l’affondo: «Anche da noi bisogna fare un lavoro sui seminari. Molto, molto lavoro di formazione, di discernimento nei seminari. Bisogna fare un attento monitoraggio ma anche affrontare le situazioni delicatissime che si vengono a creare con molta oculatezza, prudenza e soprattutto efficacia». Il messaggio è chiaro. È nei luoghi di formazione delle nuove leve del clero che si insidia il “germe” della pedofilia. Ed è qui che occorre fare opera di prevenzione. Specie in quelli minorili, dove dei preti “educano” bambini tra gli 8 e i 16 anni. L’età più critica. Non a caso la Carta dei diritti del fanciullo delle Nazioni unite (1989) ne ha proibito l’istituzione, spiegando che i bambini devono rimanere in famiglia per crescere nell’ambiente più consono al loro sviluppo. Per impedire cioè che avvenga uno “strappo” educativo negli anni in cui si entra nell’età adolescenziale, quella più delicata dal punto di vista della sessualità. Ebbene, anche per il crollo delle vocazioni questi seminari vanno oramai chiudendo in quasi tutto il mondo. Ma in Italia ce ne sono ancora 123. A essi vanno aggiunti 25 convitti, per un totale di 2.743 seminaristi minori. È quanto risulta dall’ultimo censimento disponibile effettuato dalla Cei nel 2007. Allo stesso modo risulta che quella Carta dell’Onu non sia mai stata sottoscritta dal Vaticano. 26 febbraio 2010
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