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Da Tangentopoli a mani sporche Stampa E-mail
Fra lo scandalo della Protezione civile e la gigantesca inchiesta della Procura di Roma su Fastweb, Telecom e ’ndrangheta. Cronache da un’Italia spaventosa
di Marcantonio Lucidi

Il Paese puzza di sangue ed è inutile che qualche politico tipo La Russa, Schifani o Berlusconi neghino l’ipotesi di una nuova Tangentopoli. Stavolta è molto peggio. Per dirla con le parole di un forzista come il presidente della commissione Antimafia Beppe Pisanu: «Siamo oltre. Allora crollò il sistema del finanziamento dei partiti. Oggi è la coesione sociale, è la stessa unità nazionale a essere in discussione, al punto da venire apertamente negata, anche da forze di governo. Si chiude l’orizzonte dell’interesse generale e si aprono le cateratte dell’interesse privato, dell’arricchimento personale, della corruzione dilagante».

Dagli scandali colossali della Protezione civile all’ultima gigantesca inchiesta della Procura di Roma su Fastweb, Telecom e ’ndrangheta, passando per vari casi di corruzione spicciola di amministratori locali del Nord - roba da pezzenti che si vendono per poche migliaia di euro - si è in presenza di un’Italia spaventosa, occupata da banditi di strada, criminali da new economy alleati con cosche di assassini mafiosi, settentrionali delinquenti che sversano veleni industriali nelle discariche abusive della camorra, riciclatori di denaro e parlamentari servi di gangster con amicizie nella banda della Magliana.

Delle due l’una: o i magistrati sono dei pazzi incompetenti che parlano a vanvera di «una delle più colossali frodi poste in essere nella storia nazionale», e allora devono andare a casa di corsa, oppure la situazione è delle più drammatiche. In quest’ultimo caso, sarebbe straordinariamente grave il coinvolgimento di individui quali, per citarne solo due, Stefano Parisi, amministratore delegato di Fastweb e dal ’92 al ’97 capo del dipartimento per gli Affari economici della Presidenza del consiglio, o Riccardo Ruggiero, già presidente di Telecom Italia Sparkle e figlio dell’ex presidente del Wto ed ex ministro degli esteri del secondo governo Berlusconi Renato Ruggiero.

Siamo ai massimi livelli della società italiana e se i magistrati dovessero provare definitivamente il loro coinvolgimento, bisognerebbe chiedersi cosa non ha funzionato nel sistema di selezione delle nostre classi dirigenti negli ultimi decenni. Se gli inquirenti hanno visto giusto, la domanda diventa: da quali bassifondi della storia patria viene certa gente? Tanta feroce avidità, tanta bestiale necessità di arricchimento denunciano la necessità d’un riscatto individuale da povertà ataviche, dall’antica miseria secolare di un’Italia dolente e coperta di stracci, soggiogata da eserciti stranieri e legioni di preti controriformisti, uscita dall’ultima guerra con la fame nel ventre di madri e padri e le mosche posate agli angoli di labbra infantili, come capitava ancora di vedere, seppur raramente, negli anni Sessanta in qualche villaggio del Sud.

Non v’è dubbio che fra gli indagati si trovi qualche bambino del dopoguerra che affonda la propria memoria nel puzzo di urina che solo 40 anni fa stagnava in mezzo alle scale dei palazzi secenteschi del rione Monti di Roma, suburra oggi divenuta centro di parvenu tronfi dei loro milionari acquisti immobiliari. Sul passato di miseria del Paese si dovrà pure un giorno ragionare (senza ipocrisie né snobismo mal riposto), unica possibilità per attuare una comparazione onesta con le atre nazioni europee storicamente più fortunate e magari tentare un recupero civile, sociale, economico.

L’incapacità di conquistare il benessere in un contesto di civiltà, la persistenza dell’istinto di rapina, la sopravvivenza della struttura mentale che caratterizza il miserabile, il ricorso continuo alla frode fiscale, all’evasione dell’Iva, alla miriade di comportamenti illegali osservabili nella vita quotidiana che impediscono di restare sorpresi di fronte agli scandali e alle ruberie: tutto questo è anche, soprattutto, colpa di una classe politica incapace di vedere, riflettere, provvedere, migliorare il Paese e l’esistenza delle tante persone perbene che malgrado tutto lo abitano. La licenza, il senso di impunità, la visione fraudolenta della vita, la risorgenza di un antico, vigliacco servilismo in una nazione istintivamente feudale, clientelare, nepotista, sono il lascito culturale e morale della parabola ormai quasi ventennale di Berlusconi: una vernice tossica spalmata omogeneamente su tutta l’Italia che ha finalmente unificato il Nord e il Sud nel peggiore dei modi.

26 febbraio 2010

 
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