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L’Italia dei nuovi schiavi Stampa E-mail
Left n.8 del 26 febbraio 2010Dopo Lavorare uccide, lo scrittore Marco Rovelli racconta la realtà dei clandestini sfruttati e messi proditoriamente fuori legge dal governo
di Simona Maggiorelli

Mircea fa il pastore nel catanese. Lavora dalle cinque del mattino a notte, anche se piove tempesta. Per un tozzo di pane secco e una birra al giorno. Talvolta senza ricevere nemmeno la misera paga che gli spetta. Tanto Mircea non può protestare perché se perde quello straccio di lavoro, perde il permesso di soggiorno e lo rimandano dritto in Romania.

Marcus viene dalla Liberia e raccoglie pomodori nel foggiano per 20 euro al giorno. In una capitanata piena di aziende fantasma, dove i proprietari terrieri si «autoassumono come braccianti agricoli tramite un prestanome, registrandosi al lavoro a giorni alterni in modo da prendere anche il sussidio di disoccupazione». Tanto a faticare nei campi ci vanno quelli come Marcus, clandestini “invisibili”, senza diritti. Di loro ha bisogno il sistema mafioso di imprese che riciclano danaro sporco. Rosarno docet. Nel paese calabrese dove gli immigrati sfruttati e vessati dai razzisti rosarnesi hanno avuto il coraggio di alzare la testa, le cosche sono addirittura venti «e la famiglia Pesce, la cosca più potente del luogo, ha fatto pure l’impianto di condizionamento in chiesa parrocchiale» annota Marco Rovelli in Servi. Il paese sommerso dei clandestini al lavoro (Feltrinelli).

Ma di manodopera illegale, ci ricorda lo scrittore toscano, ha assoluto bisogno anche il ricco Nord che fa profitto con i cantieri edili e una fitta selva di subappalti che sfruttano il lavoro nero (in Italia ai più alti livelli d’Europa). E ancora. Dragan lavorava in nero per un italiano che aveva una baracca di gas per le auto. Un giorno c’è stato un controllo. L’italiano se l’è cavata con una multa, il serbo Dragan è finito in galera. Mohamed, invece, è finito direttamente al cimitero, è morto sotto le mura crollate di un rudere. «Il suo padrone- scrive Rovelli - che era un italiano pregiudicato, ha patteggiato la pena. Imputato di omicidio colposo in quanto era capocantiere. Pochi mesi».

Per la maggioranza dei cosiddetti sans papier il sogno di un lavoro e di una vita in Italia naufraga in un Cpt. Che oggi si chiamano Cie (ma la sostanza non cambia). «Il Cpt, l’alfa e l’omega del clandestino. La clandestinità -nota Rovelli - viene alla luce in una terra desolata che sradica ed espropria». Il Cpt annulla le persone fa notare un immigrato che si chiama Jihad al nostro autore in una delle tante tappe del suo lungo viaggio attraverso l’Italia di migranti e lavoratori sfruttati. Quello che va componendo da alcuni anni è un importante reportage dal vivo iniziato con Lager italiani (Bur) e, dopo il libro inchiesta Lavorare uccide (Feltrinelli), approdato ora alle brucianti pagine di Servi. «è la condizione clandestina in quanto tale che annulla le persone - approfondisce Rovelli in questo suo ultimo lavoro - e le rende disponibili alla soggezione». Non più soggetti di diritto in quanto esseri umani ma soggetti al padrone.  E proprio di scandalosa riduzione di clandestini in schiavi (e che tristemente non sembra scandalizzare la maggioranza degli italiani) scrive in queste 250 pagine che documentano, non solo attraverso numeri e rapporti ufficiali ma anche e soprattutto attraverso storie di migranti, la deriva politica e culturale dell’Italia di oggi.

Dove il governo di centrodestra ha decretato che gli immigrati irregolari sono naturaliter criminali introducendo il reato di clandestinità. Dove la legge Bossi-Fini ha fatto tornare le ronde di marca fascista. E la Turco-Napolitano (sic) impone che «per essere assimilato a una persona, parola che equivale a “cittadino”, un immigrato debba avere un contratto che nemmeno gli italiani riescono a ottenere». 

26 febbraio 2010

 
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