|
Il noir in Italia imita la fiction americana e scade nel grottesco. Da Lucarelli a Wu Ming ad Ammaniti, alta qualità artigianale e poco scavo sociale e antropologico
Già dieci anni fa lo scrittore messicano Paco Taibo II auspicava una evoluzione del noir nel romanzo storico e d’avventura, come necessità di uno “sfondamento” del genere verso una narratività meno ingabbiata da regole e convenzioni. E lui stesso si è poi adeguato a questa linea nei successivi romanzi. Ma in Italia, dove non abbiamo una vera e corposa tradizione di romanzi d’avventura, l’epica incontra quasi sempre la commedia, e dunque il comico, la farsa, il grottesco. Pensiamo al cinema e alla commedia all’italiana. Ad esempio Monicelli: dai ladri cialtroneschi e sfigatissimi dei Soliti ignoti alle improbabili gesta dell’Armata brancaleone e alle trincee drammatiche ma anche strapaesane e bozzettistiche della Grande guerra (che, lo ricordo, tanto fece indignare il reduce Gadda). E poi a Risi, alla rilettura della Resistenza fatta nella Vita difficile, con Sordi un po’ eroe morale e un po’ personaggio macchiettistico. Ma anche ai western-spaghetti, beffardi e volutamente “eccessivi”, di Sergio Leone, dove il duello finale scandito da una musica invasiva dura non 5 secondi ma 5 minuti, e si oscilla tra omaggio di cartapesta a un genere nobilissimo, erede della chanson de geste medievale e sua decostruzione ai limiti della barzelletta e della parodia (la quale infatti sopraggiungerà puntualmente con il western all’italiana post Leone). Il genere viene cioè riusato - con ironia e apparente cura filologica - e mescolato ad altri generi, entro una poetica che si sarebbe una volta detta postmoderna. Ora, rischiando un’evidente impopolarità ho osservato qualche volta che il neo noir italiano, nonostante la sua rigogliosa fioritura e la sua fucina di talenti, non ha saputo lavorare abbastanza creativamente su questa zona di incrocio di generi e linguaggi. E dunque raramente è riuscito ad andare oltre il calco e la fotocopia (Almost blue di Lucarelli è imprescindibile dal Silenzio degli innocenti) Insomma, non ha espresso un equivalente di Sergio Leone, che con il suo geniale e personalissimo manierismo ha creato quasi un genere nuovo, poi riesportato perfino nella madrepatria (gli Stati Uniti).
A volte si è voluto assegnare al noir italiano un’identità autarchica e riconoscibile, specie sul versante dell’impegno politico: storie piene di centri sociali, immigrati clandestini, stragi di Stato, conflitti ideologici. Ma a me sembra solo una patina molto superficiale. Non ci si è confrontati in modo abbastanza radicale con la nostra tradizione specifica e con la nostra antropologia. Ad esempio: se l’Italia, come sappiamo, non ha avuto un’importante Riforma religiosa né una rivoluzione politica, al contrario di altre nazioni moderne, è poco credibile simulare dilemmi e conflitti morali che non ci appartengono, o fingere improbabili, pensosi esami di coscienza (la forza narrativa dei Ballard ed Ellroy, al di là del gusto per la catastrofe, deriva proprio da questo solidissimo centro morale!). Così i pur bravissimi Wu-Ming, abili narratori e soprattutto impegnati a scoprire la verità scandalosa del Potere e della Storia non si accorgono che questa verità, nel nostro Paese, ha a che fare con una Grande recita? Di fronte a una democrazia imperfetta, a una vita politica indecifrabile e alla vocazione assistenzialistica della nostra società, possibile che la cultura italiana si doveva inventare (oltreoceano) il New italian epic, efficace invenzione di marketing, a indicare dove vengono messe in scena guerre civili e rigenerazioni morali e insomma epiche portatili d’importazione? Dove tutto viene riassorbito in una fiction seduttiva. Inoltre: dietro quell’etichetta, onnicomprensiva, sento un irresistibile bisogno di famiglia. Ma non lo sanno i Wu-Ming che in Italia non abbiamo l’epica proprio a causa della centralità della famiglia: la famiglia è incompatibile con l’avventura!
E veniamo a Niccolò Ammaniti. A me pare che sia lui lo scrittore oggi più creativo nel rifondere i generi tra loro, nel “cannibalizzare” mode e mitologie della contemporaneità. In Io non ho paura e in Come Dio comanda c’erano il noir, i fumetti, la cronaca nera, la favola, Hucklebery Finn, i B-movies, “L’invasione degli ultracorpi”, la tv. E così in quest’ultimo Che la festa cominci (Einaudi), il noir diventa satira sociale, commedia nera, diagnosi di civiltà e alla fine implode, alla lettera, nella apocalittica festa finale di Villa Ada, che si immagina acquistata in un prossimo futuro da un parvenu arricchito e mitomane. Una festa grandiosa, ridicola e spettacolare, con diecimila watt, la nebbia creata da macchine fumogene, i migliaia di led luminosi, la brezza prodotta da giganteschi ventilatori, e un safari con belve feroci ed elefanti organizzato per il divertimento dei vip sottosegretari, calciatori, imprenditori, escort…. è forse Ammaniti il nostro Sergio Leone del noir: al tempo stesso poroso e inesauribile, Zelig culturale, onnivoro ma dotato di uno stile personalissimo. Altro che New italian epic. Nel romanzo l’epica compare come nella nostra opera lirica dell’800: fondale di cartone. Al posto della sospirata epica troviamo in Ammaniti la farsa sgangherata, feroce e un tantino sadica. La realtà è interamente e impietosamente ridotta alla sua superficie e perciò priva di alibi. O anche viene qui rappresentata fedelmente quella seconda realtà che è il fumetto, vera passione di Ammaniti. Lui ci racconta il mondo in cui abita, aiutandosi con tutti gli ingredienti della comunicazione contemporanea: iperbole, gusto fracassone, splatter e comicità demenziale, inclinazione alla similitudini esagerate, espressioni gergali e giovanili (“Sfondarsi”, “rosicare” “grezza”). Il linguaggio assomiglia alle recenti tecniche di ripresa della fiction Usa (penso a Csi) e del cinema (Lynch, i fratelli Coen), tra iperrealismo, tecnologia e precisione anatomica. Prendiamo l’esplorazione digitale delle viscere del corpo umano: se una scheggia penetra nella testa di qualcuno la vediamo attraversare “la scatola cranica, la dura madre, l’aracnoide, la pia madre” per infilarsi “nel tessuto molle del cervello come una lama affilata in una Danette alla vaniglia”. E seguiamo il suo intero percorso. Ammaniti non è veramente spaventato o angosciato dall’apocalisse che ci mostra. La descrizione è neutra. Il tono ludico surreale sembra tenerlo ben al riparo. Eppure la sua narrativa è percorsa da una pietas verso gli sventurati, i perdenti, gli sfigati, fossero pure nazisti fuori di testa marginali e alcolizzati. Lì l’autore si commuove e sfiora il patetismo. Ma appunto in ciò si conferma scrittore popolare e post moderno, quasi un Dickens al tempo della Rete.
Ovviamente tra il cielo e la terra del neo noir italiano si trovano molti altri filoni e innesti possibili. Non so poi se Paco Taibo II saluterebbe in Ammaniti un coerente esecutore di quella sua profezia (e anzi utopia letteraria) di una felice evoluzione del noir, ormai esaurito, nel romanzo sociale ed epico, ma certo potrebbe divertirsi molto nell’assistere in Che la festa cominci alla gioiosa e cruenta deflagrazione del giocattolo congegnato per intrattenere. Continuino pure gli scrittori di noir a fare i loro libri, spesso artigianalmente pregevoli. Ma invito a leggere l’ultimo Ammaniti come divertita parodia di sé e del genere, come sua felice fusione a caldo con la satira, i comic e la cronaca del nostro tempo. di Filippo La Porta 26 febbraio 2010
|