Molto brava Isa Danieli protagonista dell’Ecuba di Euripide. Attorno a lei, una compagnia di attori ottimi
Anche se gli Achei sono in abiti borghesi e rivestono grembiuli sporchi di sangue, non appare chiaro il significato che il regista Carlo Cerciello vuole dare: «Il cinismo di una borghesia volgare e feroce si traveste da ragion di Stato ed emerge tra i grembiuli da macellaio, mentre il dolore disperato e lancinante di Ecuba si schianta e rimbalza sulle gelide pareti della macelleria», si legge nel programma di sala. No, purtroppo il messaggio non arriva immediato e si perde nella memoria dello spettatore che tante volte ha visto abbigliati modernamente personaggi tragici ed eroi shakespeariani o caratteri molieriani. S’avrebbe da tener conto di quanto il pubblico si sia assuefatto a determinate trovate dell’ingegno e fatichi a individuare il significato d’una scelta.
Sicché questi Achei alla moda d’oggi, vincitori della guerra di Troia non richiamano alla mente la borghesia con le sue malefatte, piuttosto la ferocia millenaria dell’umanità in quanto tale. Interpretazione della regia quanto mai corretta, fra l’altro, quando si tratta dell’Ecuba di Euripide che una delle migliori attrici nazionali, Isa Danieli, ha da par suo interpretato all’Eliseo di Roma. Cerciello non riesce a discostarsi abbastanza da quella maledetta “necessità dello ieratico” che prende di solito i registi, anche se non sempre i migliori ci cascano, quando mettono in scena una tragedia greca, come se la classicità fosse un’armatura, un irrigidimento del pensiero nella retorica al pari d’un braccio nel gesso. È che la Danieli riesce a salvare metà dello spettacolo perché trasforma il tragico in una condizione umana e scioglie con la sua interpretazione come acido la sensazione di falso che si sente quando l’attore imperfetto pretende di tradurre in solennità e magnificenza la grandezza teatrale del personaggio a lui affidato. La seconda metà dello spettacolo è in effetti risolta dal regista stesso che, guardingo di fronte al capolavoro euripideo, tutto sommato mette in scena con semplicità. Il rigore resta sempre una salvezza e la via dritta anche a teatro è la più breve. Ecuba, regina di Troia divenuta schiava dei vincitori, rappresenta la storia vista dal lato della sconfitta, dall’angolo di coloro che saranno macellati. Quindi semplice e forte l’idea del mattatoio simboleggiata da un altare ricoperto di piastrelle bianche e sul fondale il disegno di un bue come se ne vedono nelle stampe di macelleria, con i tagli di carne stavolta contrassegnati dai nomi in greco antico degli eroi omerici. Di gusto un po’ grandguignolesco il tutto ma non disturba e dice ciò che deve dire. Molto ben fatte le luci che proiettano l’ombra del fantasma di Polidoro, il figlio di Ecuba e Priamo, assassinato dal re di Tracia Polimestore. Ecuba perderà anche la figlia Polissena prelevata da Odisseo, il quale respinge la supplica materna obiettando la ragion politica. Resta solo la vendetta, unica formula magica per poter ritrovare l’equilibrio che tutte le cose devono avere e ripristinare la correttezza contabile del dare e dell’avere cosmici. Ma Euripide, l’ultimo dei grandi tragici classici, è uomo più moderno degli antichi tradizionali spiriti e quindi le funeste profezie cadono di fronte all’incedere mondano della Storia. Compagnia d’attori ottima con, fra gli altri, Franco Acampora e Fortunato Cerlino accanto alla Danieli. di Marcantonio Lucidi 26 febbraio 2010
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