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L’iconografia sacra di Stalin Stampa E-mail
I misfatti del realismo socialista. In una mostra a Milano e in un libro

di Simona Maggiorelli

Mentre in Russia Putin minaccia di ripristinare le statue di Stalin, alcune interessanti uscite editoriali e una mostra a Milano invitano a tornare riflettere sulla “svolta culturale” che il dittatore russo impose negli anni Trenta inaugurando la stagione del realismo socialista. A colpi di censura e di epurazioni, come ricorda Gian Piero Piretto ne Gli occhi di Stalin (Raffaello Cortina). L’attacco feroce alla Lady Macbeth del distretto di Mcensk di Šostakovic nel ’35 ne fu un segno emblematico. Insieme alle tante accuse di “formalismo” e di tradimento degli ideali della rivoluzione con cui Stalin cercò di silenziare artisti come Bulgakov. Ogni modernismo e sperimentazione, anche quella cinematografica di Ejzenštejn, per il contadino Stalin erano nemici del popolo. Salvo sfruttarne le tecniche, svuotate di contenuti. Alla ricerca delle avanguardie, in un primo momento ingaggiate da Lenin, il dittatore georgiano che aveva imparato i suoi modi polizieschi in seminario (vedi Simon S. Monteforte ne Il giovane Stalin, Longanesi), sostituì quello che Piretto chiama il «kitsch totalitario», ovvero una ridda di seriali immagini di propaganda, riprodotte in soprammobili, francobolli, poster, scatole di fiammiferi, lattine pop ante litteram e ogni genere di merci.

L’obiettivo dichiarato era celebrare le magnifiche sorti e progressive dell’uomo nuovo comunista. Mentre a dominare in modo schiacciante era la figura del dittatore, fissa come un’antica icona della tradizione russa, immagine piatta da contemplare, dalla forte connotazione religiosa. E al posto delle opere dei grandi romanzieri russi, storie edificanti circolavano in milioni di copie, raggiungendo ogni angolo del Paese, come testo di dottrina. Il modello era quello teatrale dei predicatori medievali e del lubok, la stampa popolare russa. L’estetica staliniana imponeva il ritorno all’antico, in barba alle istanze utopistiche della Rivoluzione di ottobre, al punto che nel 1936 fu ripristinato anche il Natale. «Vedere tornò a essere credere, non interpretare e leggere con spirito critico» nota acutamente Piretto nel suo libro. Gioia di vivere di Stato, odio dei nemici del popolo, dominio dell’uomo sulla natura erano le colonne su cui poggiava la mitologia degli anni Trenta. Come si evince dalla mostra Nudi per Stalin, il corpo nella fotografia sovietica alla fondazione Matalon di Milano (fino al 30 marzo) il singolo doveva annullarsi nel collettivo. L’operaio sovietico era raffigurato bello, biondo, forte, giovane e sano. Non troppo dissimile dal tipo dell’ariano nazista. La donna era mascolina, scultorea e desessualizzata. Cancellata la complessa e articolata idea di bellezza russa (krasota), si optava per un immobile e granitico neoclassicismo estetico e per il più freddo e ottuso positivismo.

26 febbraio 2010

 
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