|
Da Ballard a Kureishi a Hornby, otto scrittori raccontano la capitale del melting pot inglese
Sapete qual è il più grande sociologo del nostro tempo? Lo scrittore James G.Ballard. Un’occasione per confrontarsi con la sua idea dell’età contemporanea e con le sue previsioni sul prossimo futuro ci è data da un bel libro di Valentina Agostinis, Londra chiama (Il Saggiatore): otto conversazioni con altrettanti scrittori inglesi (tra cui Kureishi e Hornby) su quella città mondo che è Londra, tra integrazione ed emarginazione sociale, tra multiculturalismo e sorveglianza massiccia, a partire dal 7/7, e cioè dal loro 9/11. Soffermiamoci sulle risposte di Ballard. Per lui, Londra non consiste nel centro storico ma nei sobborghi residenziali, nei territori lungo le autostrade, nelle new town senza storia né memoria, senza elementi stabilizzatori (pub, circoli), nei quali il “consumo sfrenato” nei mall è l’unica attività degli individui per comunicare, dove la gente abita come in un «eterno presente». Nei suoi romanzi di fantascienza (o anche nei noir) lo scrittore si fa cronista visionario di questo “spazio interno”(ispirandosi a Kafka) mentre nel suo pionieristico Crash (1973) aveva indicato nell’auto il frutto tecnologico più significativo - oltre che simbolo sessuale - del nostro tempo, artefice di un «cataclismo pandemico istituzionale» che ogni anno miete migliaia di vittime. Certo, la perdita di ogni riferimento al passato ci viene da un Paese “giovane” e smemorato come gli Usa ma è curioso come proprio l’Europa abbia trasformato il passato in museo e parco a tema da visitare. Ai molti elogiatori italiani di Ballard, innamorati del suo estremismo spettacolare e delle sue diagnosi apocalittiche, vorrei ricordare come lui è angosciato dai propri stessi scenari. L’immagine di una realtà virtuale dove ciascuno può sfogare le proprie perversioni “senza pagare alcun prezzo”, e dunque abituandosi all’irresponsabilità, lo atterrisce. Né si fa illusioni sulla pacifica convivenza tra etnie e culture, come almeno dimostra l’ultimo romanzo, Millennium dome. Anzi, qui osserva come per gli immigrati musulmani il nostro mondo occidentale, spaventosamente vuoto, è del tutto insufficiente. E quando ad esempio dice che i giovani non hanno alcun radicamento, che sono fedeli solo all’ipermercato e che capiscono soltanto la relazione tra carta di credito e negozio dove acquistano, poi aggiunge che «tutto questo non può essere la base di una società sana». Dunque non si mette al di là del bene e del male, di ciò che è sano e di ciò che è guasto… Cos’è, un ammuffito moralista? Un signore del secolo scorso? Per Ballard il consumismo ci trasforma tutti in bambini, poiché fare shopping è come acquistare dei giocattoli per noi stessi. A un certo punto però azzarda un’ipotesi almeno singolare e che va ben oltre perfino le fosche profezie di Pasolini: il pur aberrante consumismo comunque canalizza le pulsioni in una certa direzione ma quando dovrà per forza rallentare, quando la gente si sarà stufata di comprare, a quel punto per non annoiarsi si dovrà far leva su qualche tendenza psicopatologica, da sempre presente negli esseri umani. di Filippo La Porta 18 febbraio 2010
|