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Il moralismo immorale Stampa E-mail
Die Panne di Dürrenmatt con Gian Marco Tognazzi e Bruno Armando

A volte il compito più importante di un regista è di nascondere gli attori. Ci sono molti modi di farlo: per esempio con Gian Marco Tognazzi, protagonista all’Eliseo di Roma del famoso testo di Friedrich Dürrenmatt Die Panne, Armando Pugliese ha adottato il sistema che si potrebbe chiamare “della corazza” e che procede dalla  seguente considerazione: quanta più libertà si concede a un attore di medio livello, tanto maggiore è il pericolo di danneggiare lo spettacolo. Bloccando il personaggio in uno stereotipo, il cretino che si crede furbo, il regista ha costretto Tognazzi a un solo registro interpretativo e lo ha protetto da tentativi più grandi delle sue capacità attorali. Qui poi s’aprirebbe un capitolo sui figli d’arte: per quanto sia irrazionale - epperò l’irrazionale s’iscrive nel rapporto fra artista e spettatore - dall’erede biologico di Ugo Tognazzi ci si aspetta qualcosa di più del mestiere minimo per stare in scena. Altrimenti sono inevitabili la delusione e, peggio, una certa inconfessata misericordia provocate dalla differenza fra padre e figlio, dall’inadeguatezza del secondo a sostenere il paragone con il primo. Essere figli d’arte non è una qualità pari all’arte di essere figli.

Lo spettacolo è un adattamento di Edoardo Erba, il quale ha lavorato sulle tre versioni di Die Panne scritte da Dürrenmatt, ossia la novella originaria, il radiodramma e il dramma per la scena, quest’ultimo non di gran pregio. Svizzero tedesco di Konolfingen vicino Berna, nato nel 1921 e scomparso nel 1990, Dürrenmatt è stato un drammaturgo non eccelso che però ha ricevuto più gloria di quanta meritasse grazie al suo “engagement”, alla tensione etica e morale che ne attraversa l’opera teatrale. Il suo titolo più famoso, I fisici, risulta di una noia ineliminabile, tipica di quel teatro edificante che antepone la dimostrazione all’azione. Die Panne tuttavia possiede una certa verve satirica che nel 1972 indusse Ettore Scola a farne un film fra i suoi meno riusciti, La più bella serata della mia vita. Quello che alla pellicola mancava, si trova invece nell’allestimento  di Armando Pugliese: perché il gioco funzioni, è necessario che la regia lasci trasparire un generale senso di inquietudine, di pericolo, da una situazione apparentemente innocua nel suo andamento grottesco. A causa di un guasto alla macchina, un rappresentante di commercio in carriera, Alfredo Traps, trova ospitalità nella casa di un vecchio giudice. In compagnia di due amici, un pubblico ministero e un avvocato in pensione, il magistrato s’appresta a una simpatica serata in cui si beve, si mangia e si ricelebrano alcuni grandi processi come quelli a Socrate e a Gesù. Il piazzista si ritrova imputato in un vero e proprio processo e finisce per rivelare che tempo addietro era stato l’amante della moglie del suo principale, morto d’infarto dopo essere stato avvertito anonimamente del tradimento dallo stesso Traps. Non colpevole quindi, però responsabile. È proprio sul rapporto fra colpa e responsabilità che Dürrenmatt fonda una visione dell’uomo secondo la quale tutti sono colpevoli. E se tutti lo sono, inevitabilmente nessuno lo è: posizione filosofica moralistica e non morale, difficilmente accettabile perché ammucchia involontariamente in un’unica categoria, quella generica dell’essere umano ontologicamente cattivo, assassini e persone per bene, ladri e onesti, incoscienti e individui consapevoli. Magnifica, grossolana giustificazione offerta a chi delinque. In scena lavora un gruppo di bravi professionisti: Bruno Armando, Giovanni Argante, Franz Cantalupo, Lombardo Fornara e una divertente Lidya Giordano nel ruolo di una bella maliarda svampita e stralunata.

di Marcantonio Lucidi

18 febbraio 2010

 
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