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A Firenze la ricerca del pittore tedesco più celebrato dell’ultimo Novecento
di Simona Maggiorelli Negli anni Novanta Gerard Richter è stato eletto da galleristi e collezionisti nel Pantheon dei più importanti artisti del Novecento con mostre nei più rinomati musei del mondo e aste da capogiro. Ma il mondo dell’arte dell’ultimo lustro, si sa, è stato attraversato da fenomeni piuttosto effimeri (e per fortuna transeunte). E che già oggi cominciano a mostrare la corda. Così mentre si assiste al rapido ridimensionamento dei nomi di grido della Young British art si apre al contempo la possibilità di vedere nella giusta luce il valore di “maestri” come lo stesso Richter nato a Dresda nel 1932, maestro dalla tecnica pittorica virtuosistica, formatosi nel mondo della pubblicità e della fotografia. In questo caso l’occasione è offerta dalla rassegna Gerard Richter e la dissolvenza dell’immagine nell’arte contemporanea, ideata da Franziska Nori e da Hubertus Gassner, direttore della Kunsthalle di Amburgo e ospitata, fino al 25 aprile, dalla Strozzina di Firenze (catalogo Mandragora). Una collettiva che mette a confronto l’opera del pittore tedesco con quella di artisti di generazioni successive come l’inglese Antony Gormley , gli americani Marc Breslin e Scott Short e il cinese Xie Nanxing, e che hanno esplorato i temi della presenza e dell’assenza di realtà nella rappresentazione pittorica. Nel caso di Richter sottolineando l’ambiguità e la capacità di mistificazione dell’immagine visiva, artistica o meno che sia. Un tema che ha attraversato parte della filosofia del secolo scorso heideggerianamente diffidente verso la seduzione esercitata dalle immagini e sempre pronta a schierarsi dalla parte della parola, della phonè, della voce intesa come traccia di spiritualità, come voleva la filosofia antica. Dal canto suo, lungo tutto il proprio percorso, Richter si è impegnato quasi ossessivamente a mettere in luce la tensione «tra la realtà oggetto del dipinto e la realtà creata dal dipinto stesso», come se fra l’uno e l’altro ci fosse un ingannevole iato. E come nella serie dedicata alla Baader Meinhof in mostra a Firenze lo ha fatto, non di rado, con quadri che si sforzano di assomigliare il più possibile a fotogrammi in dissolvenza, talora fino al punto di sembrare artificiosamente dei tromp. 18 febbraio 2010
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