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Quel che resta di Basaglia Stampa E-mail
Left n.6 del 12 febbraio 2010Una fiction e un convegno celebrano l’ispiratore della legge 180. Quale eredità a trent’anni dalla sua morte? Il commento di Silvio Garattini, farmacologo, e di Andrea Piazzi, psichiatra
di Federico Tulli

Letti di contenzione, camicie di forza, celle d’isolamento, elettroshock punitivi. C’è poco altro nei manicomi italiani, dove medici, infermieri-carcerieri e malati-carcerati combattono una battaglia quotidiana fatta nella migliore delle ipotesi di reciproci atti di sadismo: è tutta qui la psichiatria nei primi anni Sessanta. Sono rare le oasi, come a Padova, dove si svolge un’effettiva ricerca sulle cause della malattia mentale. Dove il rapporto dello psichiatra con i pazienti è finalizzato alla cura per la guarigione. In questo contesto “storico” comincia la vicenda di Franco Basaglia, un giovane psichiatra appassionato dei testi di Binswanger e Sartre. A trent’anni dalla sua morte avvenuta il 29 agosto 1980 RaiUno lo ha ricordato con la miniserie C’era una volta la città dei matti. A Trieste, invece, (mentre andiamo in stampa) ha preso il via il meeting mondiale “Trieste 2010: Cos’è salute mentale?”. Un convegno che si conclude il 13 febbraio, organizzato dal Dsm Triestina I con l’obiettivo di creare «un’opportunità di incontro, scambio, e confronto per la nascita di una rete mondiale di salute comunitaria che abbia origine dall’impegno per l’innovazione e la trasformazione dei servizi e delle istituzioni, per l’eguaglianza e il riconoscimento dei diritti nei processi di salute». La scelta del capoluogo friulano per una manifestazione che intende valorizzare il “lascito” di Basaglia non è casuale. Nel 1973 la città viene designata “zona pilota” per l’Italia nella ricerca dell’Organizzazione mondiale della sanità sui servizi di salute mentale. È l’anno in cui l’ispiratore della legge 180, seguendo le correnti filosofiche che sono alla base dei fermenti che accendono i Paesi anglosassoni, fonda il movimento Psichiatria democratica. Quattro anni dopo, nel 1977, viene annunciata per la prima volta in Italia la chiusura di un manicomio. È il San Giovanni di Trieste.

Già altri colleghi prima di lui avevano messo in discussione l’istituzione manicomiale e soprattutto l’effettiva necessità dei metodi di contenzione fisica e dell’elettroshock. Lo stesso dicasi per l’abbattimento dei muri e l’apertura dei pesanti cancelli che separavano “i malati dai sani”. A differenza di altri, però, dediti alla ricerca, “sul campo”, di una valida terapia per le patologie mentali, Basaglia rimase concentrato sulla necessità di «liberare» la persona più che di curare il paziente. Il suo percorso culmina con il varo della legge Orsini, la 180, che nel 1978 introdusse in Italia la revisione organizzativa dei manicomi.

«Il movimento che si era creato intorno a Basaglia fu assolutamente necessario perché i manicomi erano diventati delle carceri», osserva Silvio Garattini, direttore dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri di Milano. «Il cambiamento fu favorito dallo sviluppo dei farmaci in grado di controllare molti dei sintomi psichiatrici più gravi, specie le psicosi. Probabilmente - prosegue - sono mancati alcuni aspetti realizzativi delle idee di Basaglia. Vale a dire la costruzione di un sistema che consentisse ai pazienti di vivere fuori del manicomio. Oggi purtroppo il peso di molti dei malati grava sulle loro famiglie». Un altro aspetto da non sottovalutare è legato all’accantonamento della ricerca scientifica e dell’idea stessa di cura psichiatrica operato dalla “cultura basagliana”. «La ricerca nel campo delle malattie mentali - nota Garattini - è tra quelle che hanno fatto meno progressi. Per una questione di complessità delle patologie, anche l’industria farmaceutica investe poco in nuovi medicinali o per studiare più a fondo il problema. E le istituzioni preferiscono finanziare altri campi dove i risultati sono più evidenti. C’è di sicuro una carenza di ricerca di base che dipende sia dalle scarse risorse, sia da un’impostazione culturale che “nega” la patologia e affonda le proprie radici nel movimento legato a Basaglia. Mentre ciò di cui oggi si sente il bisogno è il coraggio di battere nuove vie di ricerca. Lavorando soprattutto sulla prevenzione di depressione e psicosi, sempre più diffuse tra i giovani».

Secondo Andrea Piazzi, psichiatra dell’Spdc di Tivoli (Asl Roma G), la ricaduta “sul campo” causata dalla prassi basagliana è stata di un lungo periodo in cui lo psichiatra non ha più avuto la titolarità della cura. «C’erano le équipe in cui intervenivano tutta una serie di professionalità senza specificità e conoscenze terapeutiche. Quindi per lungo tempo la “cura” del malato è stata fondamentalmente: come lo sistemo? Come gli occupo il tempo? Che relazioni gli faccio avere? Come lo faccio divertire? Nessuno si è mai occupato di come guarirlo». Comunque la riforma andava fatta, perché gli ospedali si erano riempiti in maniera ingestibile. Ma non con la legge Orsini. «La maggior parte dei pazienti “reclusi” non erano pazienti psichiatrici ma avevano disturbi neurologici, erano alcolisti e così via. Il problema - conclude Piazzi - è che quanto si è risparmiato con la chiusura dei lager non è stato poi utilizzato per impostare dei programmi di cura. Non è stato investito in ricerca e sulla psicoterapia». Con gli anni le professionalità sono cresciute. Molti psichiatri oggi sono anche psicoterapeuti. Ma manca il tempo di parlare con il paziente. «Alla fine degli anni Settanta, nel pubblico, il rapporto numerico medici-malati era di 1:90. Oggi è di oltre 1:100. Come si fa a seguirli tutti almeno una volta a settimana?». 

12 febbraio 2010

 
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