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di Massimo Fagioli Forse è tristezza; forse è la depressione che nasconde la disperazione di una impotenza senza speranza di ritrovare quello stare bene che, in un momento, hanno perduto. Fu un saluto di fine anno l’articolo di Oliver Sacks su Repubblica del 31 dicembre: “L’elogio della follia”. Ma la voce che ha modulato nei secoli le tre parole dai tempi di Erasmo, è passata ad essere, dal canto trionfante della bandiera del ’68 che voleva “trasformare il mondo”, il lamento di poveri medici che non hanno mai pensato di condurre il pensiero dalle parole cura delle malattie del corpo, a cura delle malattie della mente. C’era un’idea che non era riuscita a nascere con la Rivoluzione francese e Pinel, che compose la sua parola nei primi anni dell’800: Psichiatria. Rimase vagante nell’aria come una barbona senza dimora perché, nella casa del corpo, l’Illuminismo non voleva “spiriti” che erano proprietà dell’irrazionale e del credere senza sapienza scientifica. L’identità umana come ragione vedeva soltanto ciò che era materia direttamente percepibile dai cinque sensi, in stato di coscienza. Giovanni Gentile, nel 1925 in regime fascista ormai imperante, ratificò il connubio mostruoso tra due termini che indicavano scienze diverse, stabilendo che il medico specialista era neuropsichiatra. Trombosi ed emorragia cerebrale avevano la stessa base etiopatogenetica della malattia della psiche. Nonostante Bleuler e la diagnosi della dissociazione del pensiero detta schizofrenia, esistevano soltanto lesioni del cervello. Il pensiero era allontanato da qualsiasi possibilità di contatto con la parola malattia. Coniarono la parola psichiatria ma gli uomini non tentarono di comprendere l’enigma della realtà della mente umana; il pensiero scomparve e venne la scissione tra spirito e materia. E Platone compì il delitto perché aveva detto che ψυχή era anima; ovvero spirito non materiale. Dall’Oriente era giunta la favola che narrava di una fanciulla più bella di Venere, che rappresentava l’amore della donna per l’uomo; la fanciulla si chiamava ψυχή e andava in sposa al dio dell’amore. Era una favola diversa da quelle della mitologia greca, perché alludeva ad una umanità reale, ma Platone chiuse ogni porta che desse la possibilità di conoscere la realtà della donna e di pensare alla sua identità umana. Ella restò, come connubio non risolto di essere, insieme, umano ed animale, sirena o medusa, favole che non riuscirono mai a raggiungere la vetta del pensiero verbale che pensa: essere umano uguale a me, diverso da me. Così, dopo millenni, la genialità del pensiero verbale, che aveva pensato la parola psichiatria che rivelava l’amore della medicina-scienza per la realtà invisibile del pensiero umano, fu annullata perché la mente, psiche, era soltanto spirito, scisso dal corpo, e non più umano; il cervello produceva soltanto serotonina... come gli umori di Ippocrate.
Avevano guardato il mondo naturale e lo studiarono soltanto con le parole. Eliminarono dalla mente le figure delle favole che dicevano di dei che vagavano nella natura non umana, ma ignorarono anche le immagini che comparivano nella notte dell’uomo che aveva perso la coscienza ma non i sensi. Poi la coscienza compariva, ma il pensiero della veglia fuggì sempre spaventato di fronte alle immagini che restavano nella mente, dopo aver vagato nel buio della coscienza scomparsa. Il pensiero si frammentò e chiamarono animale, ovvero non essere dell’uomo ciò che l’animale non ha: il pensiero senza coscienza. E la filosofia, che ricerca la verità, rimase sempre alle parole essere o non essere, non distinguendo il verbo che diventò sostantivo, dal termine esistenza. Il seme ha l’esistenza ma non ha l’essere perché, se non viene messo in terra e acqua, marcisce e scompare. La pianta ha l’esistenza e l’essere perché nasce dal seme ed entra nel ciclo nascita, sviluppo, riproduzione, morte. La pianta che non esiste poi diventa essere non dal nulla, ma da una realtà diversa, ovvero dal seme. Ma il sentire del corpo respinge la parola trasformazione perché compare il pensiero che, nel cambiamento della forma dell’esistenza, resta sempre realtà vegetale. E gli antichi, vivevano la loro realtà umana come diversa dalla natura anche se in ogni essere umano ci sarebbe stata un’inconoscibile realtà animale. Ma non riuscirono a condurre la parola diversità al rapporto interumano. Essa rimase al confronto uomo-natura non umana. L’uomo era diverso per la stazione eretta ma, soprattutto, per il pensiero verbale e il linguaggio articolato. Ma, misteriosamente, la donna, che pur aveva stazione eretta e linguaggio articolato, fu vista e vissuta diversa come fosse natura non umana. Il maschio della specie umana si appropriò, in esclusiva, dell’essere, lasciando alla femmina soltanto l’esistenza. Non esiste diversità tra bambino e bambine, anche se i genitali sono diversi. La percezione cosciente è “falsa” perché la verità, che soltanto il pensiero conosce, è che, alla nascita, tutti gli esseri umani sono uguali.
Oliver Sacks è l’autore di Risvegli, racconta di esseri umani perduti che ritrovano il movimento del corpo; da medico del corpo usò un farmaco per curare l’encefalite letargica. Se fossero storie ed immagini inventate parlerebbero un linguaggio difficile. Ma, forse, riuscirei a leggere ciò che non c’è, perché penso alle parole scritte quando ho parlato di morte della mente; e di resurrezione. Altri decisero, senza pensare, di liberare i malati dalla “pazzia”. Crearono una “enorme popolazione di psicotici del marciapiede... fu una drammatica dimostrazione di come mancassero strutture...”. Io vedo la drammatica dimostrazione della stupidità del pensiero razionale senza la fantasia irrazionale che riesce a comprendere la realtà dell’altro, che ha perduto le strutture del pensiero senza coscienza. Leggendo, sembra che Sacks rimpianga le strutture dei primi anni del XIX secolo quando “in mancanza di trattamenti specifici per la malattia mentale, il “trattamento morale” di Esquirol veniva visto come unica alternativa possibile; ci si occupava dell’individuo nel suo insieme, come espressione di una potenzialità di salute fisica”. è facile pensare che il neurologo Sacks propone che l’unica soluzione alla tragedia di una psichiatria assente siano gli asili-manicomi che funzionino insegnando ai malati a convivere con altri malati, ma fuori dalla società. Nessuna idea o ipotesi di cura. Ed io rileggo le prime righe di Istinto di morte e conoscenza “...quando si può effettivamente curare... relegare il valore dell’abreazione e del sostegno interumano benevolo e tollerante”.
Se Ulisse riuscì a varcare le colonne d’Ercole, pagò con la perdita dei compagni il passaggio dello Stretto di Messina. Divorato dallo Scilla di una liberazione fatta con la negazione e la rabbia, si affonda nel vortice di Cariddi del passato perché il pensiero non è riuscito ad uscire dal razzismo che definisce diversi esseri umani che sono soltanto malati. Perché la medicina del corpo non è riuscita a diventare medicina della mente. Nel 1976 separarono la neurologia dalla psichiatria, ma la mente umana restò inconoscibile all’uomo razionale. L’8 dicembre il capo della chiesa cattolica confermò che soltanto una figura del mito era nata senza il peccato originale. Tutti gli altri esseri umani avevano, in se stessi, il male che era senza possibilità di cura. Fu detto animalità propria di ogni essere umano, poi inconscio inconoscibile e perverso. Stevenson inventò la favola di Mister Hyde e, alla fine dell’800, quando comparve il termine psicoterapia, Cupido che raggiunge nella notte Psiche, venne deturpato in Dracula che si nutre del sangue delle fanciulle non riuscendo mai a tornare in vita alla luce del sole. Dicevano sempre che la malattia dell’inconscio non guarisce mai.
Forse è stato Sacks a farmi ricordare le camerate dell’ospedale psichiatrico di Venezia in cui giacevano malati di mente ricoverati da decenni. Non è stato Sacks a stimolare la rivolta al destino che mi offriva una vita comoda e tranquilla di neuropsichiatra che faceva assistenza a cronici incurabili. Ed il ricordo cosciente di una giovinezza bella ma destinata a morire prestissimo, scompare e non è riconoscibile nelle memorie che compaiono nella rêverie del primo pomeriggio quando, senza essere stanco, mi rilasso in poltrona in attesa di un forte caffè che mi spinge ad uscire di casa per raggiungere lo studio dalle grandi porte-finestre. Sono ombre senza luogo e senza tempo. Ulisse scese nell’Ade e vide gli amici, e nemici, e la madre. “Sentivo le voci, dicevano, e non c’era nessuno”. “Stavo tanto male ed hanno chiamato l’esorcista”. E le ombre, che erano memorie senza coscienza, camminavano avanti e, voltandosi, tornavano indietro come se mi volessero dire qualcosa, ma erano soltanto occhi spenti. Ma torna il ricordo cosciente, e vedo che le grandi porte sono aperte e lo studio è pieno di luce. Forse è un centesimo di secondo, necessario per bere il caffè con un sorso veloce e so, con certezza, che sono persone che entrano e poi quando escono vedo, ed è notte, che gli occhi sono luminosi. |