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Il fascino indiscreto di una città dalle mille contraddizioni in Nostalgia della ruggine di De Santis
Ogni volta che vado a Napoli, anche solo per un giorno, mi capita di provare un’ebbrezza speciale, un incanto e uno stordimento dei sensi e al tempo stesso un sentimento di orrore. Da una parte ne respiro la vitalità stregata, contagiosa, e dall’altra ho un continuo senso di apprensione e perfino disgusto. Sergio De Santis in Nostalgia della ruggine (Mondadori) ci mostra in modo esemplare come la radice di ebbrezza e orrore sia precisamente la stessa. La corruzione, l’atmosfera funerea, la depravazione costituiscono la fonte di tanta debordante energia. I fluidi dei corpi decomposti dei cimiteri passando attraverso una pietra porosa vanno a scurire di unto le lastre che pavimentano i vicoli! Lo schema classico di La Capria va corretto, la borghesia partenopea non solo ha terrore della plebe, e cerca di ammansirla (abdicando a ogni suo dovere) ma ne è invincibilmente attratta. Il protagonista Davide, ora manager di successo, in viaggio per il mondo, deve tornare a Napoli per vendere una casa, proprio nel vicolo dove è cresciuto, lui di buona famiglia, figlio di una nobildonna decaduta e di un padre piccolo borghese attratto dal popolo. L’intera narrazione è un corpo a corpo con i “barbari”, con la brulicante, indomabile plebe di quella città: amati e odiati, vagheggiati e rifiutati (in altra occasione la moglie, ebrea cosmopolita, aveva detto che è l’unica città dove i bambini fanno paura…). Nel vicolo incontra varie figure: il fotografo impegnato a fare cruciverba, la bella e ignorante Anna con cui ha una relazione, vecchi amici, l’ex compagno di scuola ora guappo camorrista e poi disgraziati, relitti umani degni di comparire in un dramma di Beckett. Ma ritroviamo forse qui un’ulteriore versione della singolare tesi del Contagio di Walter Siti: non è vero che le borgate (o qui i vicoli) si sono imborghesite, come temeva Pasolini, ma il mondo intero si è “borgatizzato”. Così Davide capisce che oggi per avere successo bisogna adottare la mentalità nichilista e gioiosamente amorale del vicolo, popolato da tanti Alcibiadi minori (l’eroe greco più ambiguo), “disposti a tutto pur di vincere”, disperati e fragili ma proprio perciò inclini a usare il tradimento, la menzogna, l’arroganza. Eppure Davide prova «una cruda nostalgia» per la ruggine e il marcio dei vicoli, anche perché quelle canaglie dei loro abitanti almeno in ciò sono autentici, nel non credere in niente se non nella loro sopravvivenza. Lui invece è un barbaro a metà, un meticcio, un mezzosangue, dunque cinico come loro ma senza quella forza tellurica e selvaggia capace di far vivere l’attimo presente. Nelle arterie della sua anima quella stessa ruggine ha atrofizzato ogni sentimento. Però al quarto giorno lo scirocco finisce e comincia una pioggia forse redentrice. Davide, uscito avventurosamente sul mare “graffiato” dal vento di maestrale, riuscirà a riportare in porto la barca. Lo ritroviamo disteso su un letto d’ospedale dopo un’operazione alle coronarie. E forse la consapevolezza di non aver mai veramente vissuto potrà riattivare il suo cuore scassato. di Filippo La Porta 12 febbraio 2010
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