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I piagnistei dell’anima Stampa E-mail
Un testo di Steven Berkoff, Kvetch, per la prima prova registica di Tiziano Panici

All’Argot di Roma debutto nella regia teatrale di Tiziano Panici, figlio d’arte, che ha l’umiltà di condividere in locandina la paternità della messinscena con i suoi attori. L’umiltà non costituisce una patente di bravura, il grande Carmelo Bene era di una presunzione che oltrepassava il sopportabile, però è un primo segnale. Il secondo sta nella scelta del testo: Kvetch, che in ebraico significa “piagnistei”, è una commedia dell’ottimo Steven Berkoff molto solida nei dialoghi, dal meccanismo abbastanza semplice ma non elementare, piuttosto divertente nel suo umorismo amaro. Tratta della paura di esistere, della paura di essere, di rivelarsi, di stare al mondo, di comunicare con gli altri.

C’è un marito annoiato di una moglie altrettanto depressa che diventa l’amante di un cliente del marito stesso, il quale ha pure un collega che è stato lasciato dalla consorte. Sono tutti dei carcerati della vita alla ricerca di un’indefinibile libertà, schiacciati dalla dittatura delle convenzioni sociali, schiantati dalla loro condizione mentale di piccolo borghesi. Interno di famiglia in poltiglia, cena imbarazzante con l’amico rimasto solo, tentativi penosi di dialogo, desideri erotici inconfessabili, corteggiamenti patetici: l’umorismo sta nel fatto che Berkoff offre sia le conversazioni ridicole dei personaggi che i loro monologhi interiori, costruiti come degli “a parte”, di modo che sia misurabile con precisione la spaventosa distanza fra ciò che si fa e quanto si pensa. Una distanza, l’essere e lo stare, espressa anche linguisticamente con l’idea di restituire in italiano i dialoghi e in vari dialetti regionali i soliloqui dell’anima. Allora gli interpreti devono assicurare velocità e precisione nel ritmo per rendere esplosive le contraddizioni ed evitare il rischio che il testo contiene, ossia la deriva verso la malinconia. Depressi sono i personaggi, non la commedia. Ragion per cui, come ogni buon titolo di teatro anglosassone vuole, gli attori hanno da dare il meglio di se stessi e quindi meritano la citazione di co-registi: Ivan Zerbinati, Laura Bussani, Federico Giani, Simone Luglio, tutti artisti che lavorano bene.

Il giovane Panici poi, e questo non è facile per un debuttante, non cerca nella commedia quello che non vi si trova, non tenta sull’onda dell’entusiasmo per la propria prima esperienza di darle più importanza di quanta ne abbia. Kvetch resta un testo carino, una piccola commedia di costume adatta a farsi le ossa.

di Marcantonio Lucidi

12 febbraio 2010

 
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