|
Per tutto il 2009 banche e governi hanno evocato il ritorno alla normalità. Un clamoroso falso. La crisi è molto più profonda di quanto le istituzioni ci facciano credere
di Carlo Freboudze La ripresa è finita? La ripresa è mai cominciata? Ma quale ripresa. Nel 2009 le istituzioni e i media hanno fatto di tutto per convincerci che la crisi fosse alle spalle e la ripresa già cominciata. Un clamoroso falso. Tutto il mondo, vedendo le Borse in salita da dieci mesi, si si domanda se l’economia è davvero ripartita. Su cosa si basa l’equivoco? Sulle aspettative, completamente sbagliate, che banche e governi offrono, almeno in pubblico. Con la pretesa di paragonare questa crisi alle altre degli ultimi decenni, la bolla delle dot. Com. e il tonfo dei mercati asiatici. Mentre le sue caratteristiche eccezionali la rendono del tutto diversa e molto più profonda e strutturale.
I fattori di una crisi decennale I fattori di questa crisi, nata negli Stati Uniti e presto diffusa in tutto il mondo, sono ormai noti da tempo. Primo, l’insostenibile spesa dei consumatori americani, sproporzionata rispetto al reddito. Secondo, l’eccesso di debito originato dalle famiglie americane per finanziare, a credito, questi consumi. Terzo, il credito facile e la finanziarizzazione spinta: investimenti troppo speculativi da parte delle banche, che hanno reso la parte attiva dei bilanci bancari un coacervo di rischi spesso nascosti e poco valutati. Molto si deve alla deregolamentazione negli anni del boom clintoniano. Quarto, l’incredibile indebitamento (“leverage”), del settore finanziario: gli investimenti delle banche sono giunti a essere anche quaranta o cinquanta volte il capitale proprio. La conseguenza è intuitiva: se una banca ha investito somme pari a 50 volte il suo capitale in attività a rischio, basta che questi investimenti perdano il 2 per cento perché il capitale sia bruciato. Perdite ulteriori rendono la banca praticamente fallita: condizione in cui oggi versano molte banche nelle economie occidentali. Quinta causa delle crisi: l’eccesso di liquidità disponibile per volontà delle banche centrali, la Fed americana prima di tutte, che ha alimentato la speculazione tra il 2003 e il 2006 e ha originato un nuovo appetito per le attività più rischiose. Questi fattori hanno portato i consumatori americani e l’intero settore bancario, in una posizione finanziaria insostenibile. Sesto fattore è l’incapacità degli Stati Uniti di bilanciare con produzione ed esportazioni l’incredibile massa di beni e servizi importata. Fenomeno che costringe gli Usa a chiudere ogni anno il bilancio con l’estero in forte rosso. Squilibrio che viene bilanciato solo coi flussi di capitale estero, in particolare della Cina, che è oggi il principale proprietario di titoli americani. Il settimo e ultimo fattore è il settore immobiliare: il crollo dei prezzi delle case rende le famiglie di proprietari più povere. Di conseguenza i consumi vengono ridotti e il Pil non cresce. A causa dell’ampia esposizione delle banche al credito immobiliare, la crisi residenziale ha quasi distrutto l’intero settore finanziario statunitense. Le numerose insolvenze dei mutuatari hanno costretto le banche ad affidarsi, per non chiudere, a cospiqui aiuti pubblici. Non solo: le banche non possono permettersi oggi di prestare o investire denaro se non in attività sicure. Viene così a mancare un ingrediente fondamentale per la crescita economica: il credito, oggi, è difficilissimo da reperire e molto caro. Ciò significa, anche in assenza degli altri fattori negativi, una crescita molto stentata. In una fase di difficoltà come questa, gli effetti sono ancor più gravi. Negli Usa, dunque, settore immobiliare e consumi languono. Per questo oggi occorre molta miopia (o malafede) per sostenere che la ripresa sia dietro l’angolo. Ed è inutile affidarsi all’effetto positivo prodotto dei mercati orientali: l’Asia trascina se stessa, non i Paesi occidentali.
La crisi, oggi Per molte nazioni il salvataggio del settore bancario ha significato un impiego straordinario di fondi pubblici. In Inghilterra e Stati Uniti il debito pubblico sale a livelli mai visti prima in tempo di pace. Non solo, l’aumento della spesa pubblica è necessario per evitare contrazioni ancora peggiori dell’attività economica, dell’occupazione e del reddito. Così i bilanci pubblici sono gravati dal doppio onere: il sostegno delle banche e l’intervento sull’economia reale. È un mondo alla rovescia: le banche centrali, di norma rigorose custodi del sacro valore della moneta, stampano banconote come forsennate. I consumatori, con la disoccupazione che galoppa, riducono i consumi per pagare i debiti passati. Le banche, se non già nazionalizzate in quanto fallite, gestiscono a fatica la montagna di crediti, sperando che in una decina d’anni si veda la fine del tunnel. I governi stanno spendendo quote incredibili di Pil per sostenere banche da un lato ed economia reale e occupazione dall’altro.
Ritorno alla realtà La finzione del “tutto come prima”, secondo cui la crisi è ormai finita, richiede che le autorità rimuovano le misure eccezionali di sostegno, come se la ripresa fosse già in corso. Negli Usa quindi si discute di come rimuovere lo stimolo monetario mentre si promettono tagli di spesa in un Paese che ha bisogno di investimenti pubblici come il pane. Da dicembre anche in Europa i segnali su una rimozione del sostegno monetario si sono intensificati.
Ciò avviene mentre occupazione e produzione continuano a contrarsi e il mercato immobiliare vede ancora prezzi in calo e insolvenze in crescita. Intanto la Cina, che con un’iniezione di spesa pubblica pari a un elettrochoc aveva riavviato l’economia un anno fa, oggi si trova nella necessità di frenare il surriscaldamento con misure che certo non aiutano la ripresa nelle economie occidentali. In questi fattori globali sta l’origine dell’attuale turbolenza. Mentre si finge sollievo per il ritorno alla normalità, la sola prospettiva di cosa potrebbe accadere nel futuro fa tremare i mercati. I vuoti d’aria evidenziano che nei fatti la finanza e l’economia reale sono ancora in grande difficoltà. Senza la liquidità delle banche centrali non si sopravvive. Il mercato spoglia le quotazioni da tutte le speranze ingiustificate che hanno alimentato gli acquisti negli ultimi undici mesi. Gli investimenti a maggiore rischio vengono abbandonati, che si tratti di obbligazioni bancarie, valute o azioni a alta volatilità. Diventato incerto il finanziamento Bce, gli speculatori europei non possono più contare sul denaro facile della Banca centrale e su titoli di Stato ad alto rendimento. Per questo, inspiegabilmente, ci si accorge solo oggi dei possibili problemi del bilancio spagnolo o greco, sul tavolo da più di un anno. Ma chi può davvero credere oggi che la turbolenza di mercato sia dovuta ai loro deficit? Non è il battito d’ali di una farfalla sul Partenone a far tremare le Borse, da Tokio a Toronto. È piuttosto il respiro affannato dello stanco pachiderma statunitense e dei suoi emuli occidentali. 12 febbraio 2010
|