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Primavera dei movimenti Stampa E-mail
Left n.5 del 5 febbraio 2010Il Paese è attraversato da gruppi di cittadinanza attiva, di partecipazione diretta e di auto organizzazione sociale che vogliono rigenerare una democrazia inesistente. Non solo lotte e proteste ma interventi dal basso e lavoro nelle comunità e nei territori
di Giulio Marcon, fondatore di sbilanciamoci!

La dinamica dei movimenti sociali (in Italia come nel resto del mondo) ha un andamento visibile e di massa e insieme carsico e magmatico. Esplode nei momenti di forte conflitto e fa “massa critica” in occasione di appuntamenti (come con il vertice del G8) o pericolosi show down (il rischio dell’inizio di una guerra globale) per poi svilupparsi attraverso canali e strade meno percepibili dai media (e quindi anche dall’opinione pubblica) ma non per questo meno significativi per la società. Quando parliamo dei movimenti non è solo la manifestazione, la contestazione o il controvertice che dobbiamo tenere a mente, bensì anche la miriade di gruppi, comitati, campagne e associazioni che quotidianamente operano nelle comunità e nei territori attraverso un lavoro di critica, di promozione della partecipazione e di esperienze concrete, dal basso. I movimenti sono l’insieme di queste realtà che si organizzano e si sviluppano ogni giorno nelle nostre comunità.
Dalla lotta al rigassificatore di Brindisi a quella per impedire la nuova base americana, al Dal Molin, dall’opposizione alla Tav a quella alla nuova centrale di Civitavecchia, i comitati e i gruppi si sviluppano attraverso un’opera costante di auto organizzazione e di radicamento nella comunità. Perché è proprio questo uno dei punti più interessanti degli ultimi anni. La dimensione locale e comunitaria è sempre più lo spazio privilegiato dell’azione dei movimenti: è proprio nella dimensione comunitaria che si sperimentano pratiche e alleanze nuove dove si incontrano: realtà politicamente più avvertite e gruppi spontanei di cittadini; associazioni e organizzazioni più strutturate, e comitati spontanei. Avviene in questo caso una sorta di rimescolamento “orizzontale” della politica che promuove forme originali di democrazia dal basso che favoriscono un coinvolgimento e una partecipazione maggiori e più intense.

Da questo punto di vista il nostro Paese è attraversato in lungo e in largo dai movimenti: sono movimenti di cittadinanza attiva, di partecipazione diretta, di auto organizzazione sociale che cercano di rigenerare una democrazia spesso inesistente a partire da lotte, vertenze e conflitti sociali - e anche dalla risposta ai bisogni sociali - che avvengono primariamente dal “qui e ora” del territorio vissuto, della comunità locale di cui si fa parte. Ciò garantisce a questi movimenti una concretezza indiscutibile e li fornisce di un antidoto prezioso contro l’ideologia dogmatica e il vacuo politicismo. Ed è proprio la politica tradizionale (i partiti) chiamata a fare un passo indietro, a riconoscere la pari dignità di queste nuove forme della politica cresciuta dal basso, che non hanno l’obiettivo di fare eleggere qualche candidato o di andare al governo. Si tratta di un passaggio difficile perché i partiti hanno connaturata la tendenza a “fare la sintesi”, a stabilire un’egemonia sulle lotte sociali, a indirizzare secondo un interesse proprio la dinamica dei movimenti. Paradossalmente, però, proprio la debolezza attuale dei partiti permette ai movimenti di svilupparsi con maggiore autonomia ed efficacia, di crescere di qualità e di quantità, di sviluppare una propria indipendente identità.

Nel contempo continuano a esistere
e a svilupparsi importanti campagne e reti che hanno una dimensione nazionale e che però si radicano costantemente nel territorio: campagne come quelle per l’acqua come bene pubblico, sbilanciamoci!, social watch, la rete disarmo, la campagna I diritti alzano la voce e tantissime (centinaia) altre che si attivano a livello nazionale testimoniano la capacità di continuità (spesso invisibile alla gran parte dei media e dell’opinione pubblica) di un lavoro che affonda le radici proprio in quello sviluppo dei movimenti che a partire dalla fine degli anniNovanta - con la contestazione del neoliberismo e l’organizzazione dei social forum a livello mondiale e locale - hanno caratterizzato in questo periodo il panorama mondiale e italiano. Questi movimenti non sono scomparsi ma si sono strutturati, si danno continuità e spesso sviluppano il proprio lavoro in modo carsico e magmatico, pronti a dimostrare che non si tratta di realtà estemporanee o rapsodiche ma forme ormai stabili della mobilitazione politica e sociale. Si tratta di esperienze capaci di darsi anche un orizzonte transnazionale, di connettersi ai movimenti sociali globali, di stare dentro il dibattito e la mobilitazione internazionale contro il neoliberismo e per la costruzione di un modello di sviluppo alternativo.

Un punto comune importante e di interesse per tutte queste esperienze, soprattutto locali, è la questione della democrazia: esperienze come quelle del bilancio partecipativo, della sperimentazione di forme di democrazia diretta e deliberativa, della partecipazione nelle sedi di confronto e decisione previste dagli enti locali, permette ai movimenti di crescere politicamente e culturalmente e di far maturare una propria identità. Proprio questo consente di allargare quello “spazio della politica” che in questi decenni è stato indebitamente ristretto ai partiti e al sistema politico tradizionale. Ma per mantenere la vitalità che i movimenti hanno avuto fino a oggi bisogna evitare alcuni rischi esiziali. Il primo è quello della cooptazione istituzionale dentro un meccanismo di scambio concertativo, come è successo a una parte importante del mondo del terzo settore. Il secondo è quello del collateralismo alla politica (sostegno alle forze politiche, trasformazione dei gruppi associativi in ceto politico, ecc.), come succede per una parte del mondo associativo e anche per alcune campagne. Il terzo è quello dell’autoreferenzialità, dell’auto isolamento e dell’anti politica intesa come rinuncia a ogni rapporto e a ogni tentativo di cambiamento del sistema politico dato.

Come si è detto, la strada
è quella della “pari dignità” tra le varie forme della politica e quella dell’allargamento dello spazio della politica (grazie anche all’allargamento delle forme della democrazia) in cui partiti, movimenti, associazioni, comitati, ecc possano giocare - a partire dalle proprie specificità - un ruolo attivo e propositivo. La dimensione locale e comunitaria è in ogni caso determinante e decisiva. Ma per poi giocare la partita a livello globale (cosa sempre più necessaria) è importante quel lavoro di rete, di coordinamento, di mutuo soccorso, di “federalismo dei movimenti” che rappresenta la vera alternativa alla centralizzazione burocratica e allo schiacciamento ideologico che altri movimenti hanno avuto nel passato. E se si vuole bloccare la centrale nucleare nel posto x e poi lottare per la mobilità sostenibile nella comunità y e poi cercare di opporsi alla perforazione di una montagna nella valle w, allora - a partire dalla centralità e indipendenza delle esperienze locali - stabilire le connessioni e fare rete diventa un modo per rendere convincente una strategia di cambiamento dal basso che sia incisiva e partecipata.  

5 febbraio 2010

 
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