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La settimana del 5 febbraio |
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Usa Missili puntati su Pechino Dopo anni di politica “muscolare” da parte della Cina, ora gli Stati Uniti hanno deciso di reagire. Questa l’interpretazione fornita dal New York Times a proposito dell’annuncio di un nuovo rifornimento di armi americane a Taiwan: «Il pacchetto venduto ai Taipei vale 6 miliardi di dollari», scrive il quotidiano, «e rappresenta la maggiore provocazione fatta a Pechino dal 1972, quando gli Usa proclamarono la politica di “una sola Cina”». Per decenni, infatti, Washington si è rifiutata di riconoscere la Repubblica Popolare, scegliendo di relazionarsi con Taiwan come se fosse l’unica legittima rappresentante del popolo cinese. Ora, però, i due giganti dell’economia sono molto più vicini, tanto da far parlare di G2. Eppure le polemiche su Google hanno scatenato una nuova diatriba e «l’annuncio del sostegno a Taiwan arriva lo stesso giorno in cui la Clinton ha criticato Pechino per non aver preso una posizione forte contro il programma nucleare di Teheran». Se si tratta di far vedere i muscoli, l’America non si tira indietro.
Canada Seguendo Obama «Allineeremo le nostre politiche in materia di energie pulite e cambiamenti climatici con quelle dell’amministrazione Obama». La dichiarazione è di Jim Prentice, ministro dell’Ambiente di Ottawa, ripresa da Le Devoir. «Il governo canadese si darà due anni di tempo per ridurre le emissioni del 17 per cento rispetto al 2005», scrive il giornale. «Giovedì Washington aveva fatto sapere di voler fare altrettanto, ma entro il 2020. Il ministro Prentice ha assicurato che l’impegno verrà mantenuto». Gli ambientalisti, però, non gli credono: «Aveva promesso una riduzione del 20 per cento rispetto al 2006», critica la portavoce del Bloc québécois. «Inoltre, altro che uguali agli Usa: noi spendiamo, per abitante, sei volte di meno di loro nella lotta ai cambiamenti climatici».
Paraguay Un fondo per Itaipù Paraguay e Brasile hanno ripreso, lo scorso primo febbraio, il confronto sulla centrale idroelettrica di Itaipù, situata al confine tra i due Paesi e regolamentata dagli accordi degli anni Sessanta, che il presidente del Paraguay Lugo aveva chiesto di rivedere. «Il 25 luglio 2009 Lugo e Lula hanno firmato una dichiarazione congiunta in 31 punti», scrive il quotidiano di Asuncion Abc Color. «Il Brasile dovrebbe quindi pagare tre volte tanto l’energia, a compensazione di quella non consumata dal nostro Paese. Ma questi soldi non arrivano, perché manca l’approvazione del Parlamento brasiliano della Nota Reversal del primo settembre 2009, senza la quale i fondi non si sbloccheranno». Il presidente Lugo ha annunciato che seguirà da vicino l’evolversi della situazione. |