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di Massimo Fagioli Forse fu in un momento di distrazione, forse la tensione vitale, che stimolava il pensiero a cercare le cose invisibili della realtà umana si era calmata, quando lo sguardo della veglia si fermò sul piano ampio della scrivania. Percepì le cose che, forse troppo spesso, venivano ignorate dalla mente che cercava, con il pensiero verbale che non pronunciava parola, le cose nascoste sotto il ricordo della coscienza che sapeva soltanto comandare ciò che si doveva fare con il corpo, per evitare la morte fisica. E vidi, con lo sguardo obliquo, appena un po’ lontani dal mio volto, i fascicoli di left delle settimane del 2010. Erano uno sopra l’altro scomposti, come fossero amanti rilassati dopo una notte d’amore. Non accadeva mai perché, di norma, all’arrivo del nuovo fascicolo, mettevo il precedente nell’angolo più lontano del piano della scrivania. Era, forse, vivere la settimana come se l’una fosse separata dall’altra, come se fosse un ricordo della coscienza nell’oblio da un presente che chiedeva, avido, una vitalità sempre nuova. Ora, forse, il tempo uggioso e freddo per le piogge insistenti, chiama nei pochi squarci di luce che viene dal cielo, ricordi che sono memorie nebbiose fatte da immagini che non sono fotografie delle cose. Tolgo lo sguardo dal cielo grigio e vedo i titoli degli articoli che non compaiono nella mente con i contorni definiti, ma fanno un movimento dentro loro stessi che fa l’immagine del corpo nudo di una donna, che trema sotto lo sguardo di un uomo invaso dal desiderio forte. È come se vedessi il tempo dell’anno nuovo che cancella il titolo La morte della mente per darsi il nome nuovo con una parola antica: diverso. Ma la mano va a guardare per un attimo, nell’angolo lontano della scrivania, La festa del sole. Era ancora il 2009 e l’astro che illumina e scalda aveva raggiunto, all’orizzonte, il punto più basso. Guardo Un colpo d’ala di memoria ed è tutto cambiato. E non riesco a fermare le sillabe che vogliono creare una parola. Ma sono immagini ed il pensiero verbale si solleva per imporre, come il maestro che insegna a scrivere, di rendere chiara, netta e definita, la parola trasformazione. Non riesco ma, forse, non ho il coraggio di difendere la fantasia che non vuole il nome perché non vuole essere indicata e capita, ma soltanto amata o odiata da qualsiasi passeggero della strada della vita. Ed accetta anche, coraggiosamente, di essere annullata e non vista, certa della sua identità. “Sono fatta così” diceva la bella, giovane donna nel film Diavolo in corpo. Cerco di divincolarmi dalle corde d’oro che mi avvolgono per tirarmi là, in quello studio grande, in cui posso dire le parole magiche «nascita, svezzamento». So che la malattia è scomparsa e non posso più fantasticare la figlia di Rigoletto violentata e gettata nel fiume, ma devo lasciare che venga la memoria-fantasia dell’isola, dove il conte di Montecristo tornava per prendere gioielli da una fonte infinita. La violenza invisibile. Furono tre colonnine corte in left di due settimane fa. Notizie da incubo compariva come se le due piccole lettere che facevano la firma di chi aveva scritto i.b., fossero occhi pieni di lacrime. Dicevano di un orribile articolo su Repubblica che, riportando ricerche fatte da un italiano all’università del Wisconsin, afferma “Piccoli sogni crescono, assenti nei bimbi”. Scrive, poi, che dice di sognare soltanto il 20 per cento dei bambini. Ed io leggo che non è vero che tutti i bambini non sognano. Poi altre frasi che sembrano comiche se non fossero tragiche. “La natura statica dei sogni prima dell’età scolare si accorda... con lo sviluppo incompleto della facoltà di immaginazione, in particolare di quella visuale e spaziale”. E la coscienza ricorda che la stessa giornalista riportò altre ricerche che avevano scoperto, scientificamente, (ah, ah, ah,) che il feto di pecora, sogna. E vengono in mente le parole “libertà di ricerca scientifica ma anche ciò che diceva un professore di fisica ovvero che, se cinquecento anni fa si poteva discutere se era la terra che girava intorno al sole, nel 2000 sostenere il contrario come si credeva prima di Copernico e Galileo è… una questione per psichiatri. E so che è più che sacra la libertà di stampa ed il dovere dei giornalisti di riportare le notizie sul progresso della scienza. Ma mi domando: perché non ha mai scritto che, su left, io ho obbiettato a Cacciari che alla nascita non si avevano “facoltà” come diceva Aristotele, ma «capacità» perché il neonato non ha possibilità di scegliere se avere o non avere il pensiero; dissi tanti anni fa, che «inconscio mare calmo» era la figura del ricordo di una cosa percepita (il mare) che però era la memoria senza coscienza che diceva dell’emergenza, dalla realtà biologica, del pensiero come capacità di immaginare. Il pensiero verbale viene dopo molti mesi dalla nascita. Ed i.b. diceva che era un incubo l’antico pensiero razionale che negava l’umanità del neonato, riconosciuta anche dal codice napoleonico dei primi dell’800.
E, ricreando un’immagine inventata di me stesso che parla, sento la voce che dice “è semplice vedere, con il pensiero, la realtà che i cinque sensi non percepiscono”. E penso al collega, psichiatra del Wisconsin, che manifesta un pensiero molto diverso. Dice che il bambino, prima dell’età scolare, non ha la capacità di immaginare. Poi, non si sa perché, è la corteccia che manda stimoli, “un regista piuttosto disorganizzato cerca di mettere insieme un film con gli elementi più disparati presi dalle aree più profonde del cervello”. E, per me, è semplice dare al regista “profondo”, il nome «capacità di immaginare». Forse il collega resta nel mistero perché non conosce la fantasia di sparizione che io feci sul nome di Freud che diceva: “Freud scopritore dell’inconscio e fondatore della psicoanalisi, non è mai esistito”. Non ha infatti scoperto nulla perché era convinto che la nascita del pensiero umano dalla realtà biologica non c’è, e che si forma per il linguaggio imparato, a 7 anni come razionalità. Poi non so; forse è per il sogno che mi raccontarono di cani idrofobi che abbaiavano, che penso a due articoli di giornale comparsi dopo l’interessante dibattito all’Eliseo del 16 gennaio. Sembravano, nel 2009, scomparsi per la comparsa del termine psichiatra. E penso, ma è difficile capire, all’ostilità e all’odio dei giornalisti estranei alla ricerca, che iniziò più di trent’anni fa sul Messaggero. Forse è perché era una persona di orientamento politico detto di destra. Ma il manifesto? Liberazione? Perché sono in perfetto accordo con il Foglio?
Forse è necessario pensare alla parola: cultura. Ma è chiaro che ricerche mediche sono state osteggiate dalla Chiesa cattolica ma, dopo l’Illuminismo, vengono accettate dalla società perché si è capito, dopo secoli di cristianesimo, che la sofferenza non è umana. E leggo un ennesimo articolo sull’abolizione dei manicomi. Vedo chiaramente il cartello che dice: «alleviare la sofferenza». E nel sottotitolo, ci sono due frasi “è assistenza e non cura, è psicoanalisi e non psichiatria”. E penso di nuovo all’alleanza che si è creata, tra religione cristiana e identità razionale della coscienza. Ma in verità le radici della complicità che condannava ciò che non era coscienza e ragione, sono in Agostino d’Ippona che uscì dall’orgia... razionale della giovinezza ed obbedì alla madre convertendosi, come Costantino, al cristianesimo. Poi, correndo velocemente, ricordo la dea libertà del ’68 che mostrò un irrazionale fatuo, basato sulla negazione e non sul rifiuto, sull’anaffettività e non sull’indifferenza per le cose del mondo. Non aveva avuto “occhi per vedere”, nell’essere umano, un pensiero senza coscienza non percepibile dai cinque sensi della veglia.
Rileggo le righe che dicono “fino a cinque anni le scene sono fisse e i protagonisti immobili… Le emozioni sono assenti, come pure le interazioni tra personaggi”. Turbato, sento le piccole parolette “sto bene” come se fosse l’urlo di Munch, che caccia i nugoli di storni che sporcano il pavimento artistico di una città antichissima, prima della razionalità. Ricordo quando le piccole nipotine, dopo il primo anno di vita, cominciarono a parlare e raccontavano bei sogni, o correvano nel letto della madre e padre dicendo “Ho fatto un brutto sogno”. C’era un omone nero… Poi il movimento della memoria senza ricordo cosciente invade la mente come il sopraggiungere della notte, lento come la scomparsa del sole, graduale come il calare invisibile della vitalità. E i mille e mille sogni raccontati erano, un tempo, immagini immobili, piatte e fredde, come fossero ricordi coscienti di un movimento del corpo nello spazio. Non pensavo mai ai bambini; vedevo la malattia dell’anaffettività e dicevo che non era un sogno; era la negazione della fantasia del sonno quando si ricrea il primo anno di vita senza parola e senza ragione. Il bambino, fin dalla nascita, crea immagini. Non ci sono “scene fisse e protagonisti immobili”. C’è il movimento della vita che fa incessanti trasformazioni delle percezioni del corpo. |